Ecco le sfide internazionali per il nuovo governo italiano. Parla Margelletti (Cesi)
Start Magazine

Ecco le sfide internazionali per il nuovo governo italiano. Parla Margelletti (Cesi)

06.09.2019

Conversazione di Start Magazine con Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro Studi Internazionali)

Quali sono le sfide internazionali che ha di fronte il nuovo governo italiano? A questa domanda, il presidente del Ce.S.I. Andrea Margelletti risponde in modo spiazzante ma sincero: la prima grana per la politica estera giallorossa sarà superare quell’atteggiamento provinciale che contraddistingue le nostre classi politiche addirittura dal periodo preunitario.

Un grave handicap, sottolinea Margelletti, che ha impedito finora al nostro Paese di svolgere appieno quel ruolo di protagonista che pur le spetterebbe alla luce della sua stazza, della sua collocazione geografica e del sistema di alleanze in cui è inserita.

In questa intervista a Start Magazine, il presidente di uno dei principali think tank italiani se la prende anche con i giornalisti, rei di superficialità oltre che di scarsa attenzione nei riguardi delle complesse partite in cui è coinvolta l’Italia a livello internazionale. C’è spazio pure per una nota di biasimo nei confronti dei tanti che, nei giorni di gestazione del Conte 2, hanno trasmesso consigli non richiesti al nuovo esecutivo. Se i ministri hanno bisogno di consigli, chiosa il nostro interlocutore, assumeranno dei consiglieri. Non hanno certo bisogno, osserva puntuto,  di un “Masterchef della geopolitica”.

Allora presidente, nel commentare la nascita del nuovo governo e anticipare le sue possibili linee di politica estera, tutti hanno puntato lo sguardo sulla Cina, ossia sul Paese verso cui l’esecutivo precedente aveva fatto una clamorosa apertura. Secondo lei i rapporti con Pechino proseguiranno ora nella stessa direzione o subiranno una correzione di rotta?

Dialogare con la Cina è importante. Giacché stiamo parlando di una delle superpotenze mondiali, sarebbe una follia non averci un dialogo. Ciò che è importante è avere ben chiaro cosa vogliono i cinesi e cosa vogliamo noi. È opportuno qui ribadire un concetto generale, applicabile a tutti i Paesi e quindi anche al nostro: non si può fare una politica estera che non abbia al centro l’interesse nazionale. E l’interesse nazionale non cambia con il mutare dei governi.

Questo governo esordisce però lanciando un segnale – il ricorso al Golden Power sul 5G – di discontinuità rispetto all’esecutivo precedente.

È fondamentale avere il golden power sugli assetti strategici. Mi pare logico e lecito che ciascun Paese, non solo l’Italia, applichi sulle risorse strategici una forte attenzione. Dobbiamo lamentarci semmai del fatto che non abbiamo avuto da sempre il golden power.

Si sente rassicurato dalla nuova leadership al Ministero della Difesa, dove si è insediato un uomo che, secondo il post di uno studioso di politica internazionale, ha più elementi in comune con la Lega che con il suo stesso partito e soprattutto con l’altro azionista di maggioranza di questo governo, il M5s?

Questo studioso dev’essere davvero autorevole per aver delineato l’identikit di un ministro come Guerini che si è insediato poche ore fa. Come il ministro, in così poco tempo, abbia dato l’impressione di essere più vicino al verde piuttosto che al blu o all’amaranto mi risulta misterioso. Anzi, se permette, vorrei sottolineare una cosa.

Prego.

In queste settimane si è vista una ridda di consigli per i ministri, lettere aperte ai ministri, liste di cose da fare per i ministri. Trovo tutto ciò estremamente inelegante. Se i ministri hanno bisogno di consigli, si prendono dei consiglieri. Ma cercare di entrare dalla finestra quando non si entra dalla porta mi pare davvero troppo. A costo di ripetermi, voglio ribadire la mia perplessità nel vedere certuni mandare i pizzini su autorevoli giornali, tv, blog, spiegando al ministro quali sono le sfide che deve affrontare. Ma cos’è questo: il Masterchef della geopolitica e della Difesa?

I nuovi allineamenti internazionali in cui va ad inserirsi un governo che si lascia alle spalle lo scontro frontale con l’establishment Ue e rientra nell’alveo dell’europeismo potranno favorire secondo lei il rilancio della nostra politica estera su dossier per noi cruciali, come quello libico, dove l’esecutivo precedente ha raccolto ben pochi risultati anche, e forse soprattutto, a causa di quel quadro conflittuale?

Anche in questo caso vorrei essere estremamente chiaro. Noi viviamo in un paese che si sente da sempre come Calimero. Noi abbiamo e facciamo la politica che vogliamo fare in virtù delle responsabilità che decidiamo di assumerci. Il problema qui è che noi abbiamo avuto e continuiamo ad avere classi politiche piuttosto avulse. Che hanno il pessimo vizio di scaricare le colpe ora sui francesi, ora sui tedeschi, ora su chissà chi. Io le dico invece che è colpa nostra. Noi contiamo per quello che decidiamo di contare. Se l’Italia vorrà giocare il ruolo che secondo me le spetta, dovrà impegnarsi. Altrimenti staremo ai lati del tavolo a prendere le briciole. Ma ci staremo non perché gli altri sono cattivi, ma perché abbiamo deciso di starci. Io sono molto stanco di sentir dire cosa fanno i francesi, gli americani o tutti gli altri. Io vorrei sentir dire cosa fanno gli italiani.

Effettivamente, anche noi giornalisti tendiamo a raccontare per filo e per segno le vicende degli altri Paesi – lo scontro sugli S-400 tra Turchia e Usa, la crisi iraniana, le scintille nucleari con la Corea del Nord, per fare solo qualche esempio – lasciando spesso le briciole alla politica estera del nostro stesso Paese.

La provincialità italiana è dimostrata non solo dall’aspetto che lei, direi giustamente, mette in evidenza. Io le faccio un altro esempio: in tutti i paesi occidentali, il ruolo n. 2 in seno al governo dopo il premier è o il ministro degli Esteri o quello della Difesa. Da noi, da sempre, è il ministro dell’Interno. Questo è particolarmente grave in un momento storico in cui non esiste tema che non sia connesso al mondo intorno a noi. Si prenda la recente crisi di governo: della politica estera e di difesa ha parlato qualcuno? E se ne è parlato in occasione delle ultime elezioni europee? La risposta la conosce meglio di me.

Il suo è un rimprovero anche a noi giornalisti?

Voi, se me lo consente, vi dovreste vergognare anzitutto perché non fate le domande. Io vorrei una stampa che facesse veramente vedere quando il re è nudo. Invece tante volte, di fronte anche a frasi balzane dette dal potente di turno, nessuno dice niente.

Però quella storia del conticino non pagato dal nostro governo per gli F-35 l’ha scoperta un giornale.

Non sto dicendo, intendiamoci, che la stampa non serve. Io anzi la vorrei più muscolare, aggressiva. Tuttavia ripeto il mio punto: perché i media non parlano mai della Libia? O di quello che potrebbe succedere in Algeria? Perché la stampa, in un anno e mezzo di governo che ha avuto al centro dell’attenzione il tema degli sbarchi dei migranti, non ha condotto i dovuti approfondimenti su perché questa gente si mette in viaggio? Oppure, si prenda la spinosa questione delle sanzioni alla Russia: non si è ancora visto un giornalista che abbia chiesto se le ragioni per mantenere in piedi quelle sanzioni permangano ancora.

Non è chiaro se il suo rimprovero vada soprattutto ai giornalisti o ai politici.

Non ho nessun problema a dire che la classe politica italiana è storicamente disattenta alla politica estera e di difesa.

Era meglio la Prima Repubblica?

Il passato è sempre migliore, perché è selettivo, nel senso che conserviamo i ricordi migliori e cancelliamo quelli brutti. Tendiamo quindi sempre a dire che prima si stava meglio. In ogni caso, il deficit di cui le sto parlando risale addirittura al periodo preunitario. Ricordiamo il ruolo che ha giocato la Gran Bretagna in Italia per dare fastidio ai francesi. Noi siamo sempre stati territorio di conquista perché amiamo farci conquistare.

Ci consenta un’ultima battuta un po’ maliziosa. Lei ha giustamente sottolineato che l’interesse nazionale deve essere il faro della politica estera. Ma allora i sovranisti, di cui si è detto peste e corna, non rappresentano forse il primo tentativo italiano di tutelare l’interesse nazionale nell’era postmoderna?

Le rispondo dicendo che non sono un sovranista, ma un patriota.