Attentato Nizza, l’analista: “Isis ha vinto. Per uscirne dobbiamo combattere le ragioni di fondo del radicalismo”

Attentato Nizza, l’analista: “Isis ha vinto. Per uscirne dobbiamo combattere le ragioni di fondo del radicalismo”

16.07.2016

Per Gabriele Iacovino del Centro studi internazionali la strage sulla promenade evoca scenari mediorientali, suggerendo paragoni tra il contesto francese e quello israelo-palestinese. Alla guerra condotta in Europa manca ancora un chiaro movente politico, ma “per l’Isis è comunque una vittoria, perché è diventato nell’immaginario collettivo il paradigma del terrore”

“Le modalità di questo attentato possono ricordare la cosiddetta intifada dei coltelli, quando in Israele si verificarono diversiattacchi all’arma bianca o assalti di singoli che, al volante di un’auto o anche di una ruspa o di un trattore, si lanciavano sulla folla”. Gabriele Iacovino, responsabile analisti per il Ce.S.I., il Centro studi internazionali, accosta la strage del 14 luglio a Nizza a scenari mediorientali. Ma solo per le modalità. “Agisce così chi non ha altri mezzi a disposizione. In Cisgiordania è impossibile procurarsi armi, anche al mercato nero, e così si agisce con ciò che si ha. A Nizza si è ricorsi a un tir per ottimizzare il risultato. Ma se l’intifada ha una motivazione sociopolitica, qui ancora molto resta da chiarire”.

Difficile dire finora, nonostante la rivendicazione dell’Isis, se si sia trattato di un lupo solitario radicalizzato online, oppure di una persona con legami con qualche gruppo jihadista, oppure ancora di un singolo squilibrato che ha voluto fare una strage per un malessere personale, ammantando la carneficina di retorica della “guerra santa”. Secondo Iacovino, “per l’Isis è comunque una vittoria. Anche se magari non c’entra nulla. È una vittoria perché hanno raggiunto l’apice del terrore e tutti, appena accade un fatto di sangue, subito pensiamo al terrorismo islamico”. Come era accaduto per l’aereo dell’Egypt Air inabissatosi per cause ancora sconosciute. “Per dieci giorni tutti abbiamo disquisito su una bomba o un attacco terroristico”, anche senza elementi che supportassero questa pista.

Daesh, insomma, ha già vinto. È entrata nella nostra vita quotidiana in modo subdolo ed è sempre più difficile difendersi. Prende di mira ristoranti, aeroporti, ora anche una festa nazionale. A prescindere se Mohamed Lahouaiej Bouhlelfosse o meno affiliato a Daesh, nell’immaginario collettivo il terrorismo di matrice islamica fa un tale utilizzo del terrore ed è una minaccia così diffusa che fermarla e prevenirla è sempre più difficile.

“Impensabile riuscire a controllare tutta la marea di persone che hanno uno squilibrio – chiosa Iacovino – pensiamo a quante forze servirebbero. Se per sorvegliare un singolo sospetto già radicalizzato servono almeno tre agenti che si diano il cambio, non si può immaginare un’attività di intelligence che riesca a coprire tutti coloro che possono aver letto qualcosa su un forum jihadista (tra i quali ci possiamo essere anche io e lei), tantomeno tutti coloro che esprimono un disagio sociale o personale”.
Fino a quando in Medio oriente ci sarà Daesh, non si risolverà la situazione. Anche se il sedicente Stato Islamico è in difficoltà, ora, non diminuisce la sua presa su certe fasce della popolazione e non cessa la sua opera di diffusione di idee radicalizzanti.

“Dall’altra parte, però, se lo combattiamo solo militarmente, una volta che Daesh sarà sconfitto ci troveremo a fronteggiare un altro gruppo con un altro nome e idee simili. Come è stato con Al Qaeda. Dobbiamo combattere le ragioni che stanno al fondo delradicalismo islamico, o non ne usciremo”. Nato dalla fusione fra Al Qaeda in Iraq e alcuni elementi bahatisti, Daesh si è esteso progressivamente, attecchendo dove c’è terreno fertile, dalla Tunisia a Parigi e Bruxelles: “Laddove c’è malcontento politico e sociale, oppure un problema identitario, laddove manchino leadership politiche in cui identificarsi, laddove non si abbiacrescita e sviluppo, lì in particolare i giovani cadono nellatrappola dialettica di questi gruppi, una minaccia diffusa che travalica i confini e si insinua ovunque, dal nord Africa alle banlieues”.

Nessuno può dirsi al sicuro, “ma l’Italia corre rischi inferiori, un po’ perché l’immigrazione è più giovane e non siamo ancora alle seconde e terze generazioni (tutti o quasi gli attentatori di questi anni avevano passaporto europeo), un po’ perché le nostre forze di sicurezza presidiano il territorio in modo capillare (ad esempio in altri paesi non esiste un corrispettivo della nostra arma dei carabinieri), un po’ anche perché siamo dotati di strumenti come il Casa, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo che gli altri paesi studiano come esempio”.

Fonte: Fatto Quotidiano