Le prospettive di sviluppo del settore farmaceutico nell’Africa Sub-sahariana
Africa

Le prospettive di sviluppo del settore farmaceutico nell’Africa Sub-sahariana

Di Simone Acquaviva
30.03.2020

Il rapido aumento dei contagi da nuovo coronavirus ha stimolato il dibattito sullo stato dell’arte e sulle prospettive future del settore farmaceutico e sanitario in Africa. L’Africa Sub-sahariana è la parte del globo maggiormente dipendente dall’importazione di medicinali. Si stima che a livello continentale la percentuale di import di prodotti farmaceutici vari dal 70 al 90% a seconda dei Paesi, mentre gli unici Stati del continente in grado di sviluppare una minima manifattura di medicinali sono quelli della fascia mediterranea ed il Sudafrica. Per il resto, Paesi come Kenya e Nigeria possiedono un’industria farmaceutica con le maggiori prospettive di sviluppo, al momento in grado, seppur in minima parte, anche di garantire forme embrionali di export verso Paesi limitrofi. Tuttavia, anche nei Paesi sopracitati, la stragrande maggioranza delle aziende africane si limita a produrre farmaci trasformando principi attivi farmaceutici (API) acquistati al di fuori del continente in prodotti finiti, sintomo del loro basso livello tecnologico.

Nonostante lo stato embrionale del settore, nell’ultimo ventennio si sono moltiplicati gli sforzi per lo stabilimento di una manifattura farmaceutica nei Paesi africani, il cui valore è cresciuto di circa 10 volte da inizio secolo (da 4 a 45 miliardi di dollari). L’industria, di fatti, presenta potenzialità di crescita esponenziali nell’immediato futuro, in tal modo attraendo investitori e fornendo incentivi ai policy maker locali per via delle ricadute positive, economiche quanto sanitarie, che la manifattura farmaceutica porta in dote.

Il recente interesse verso lo sviluppo di una industria farmaceutica autoctona è da collegare innanzitutto a logiche di domanda ed offerta. L’Africa Sub-sahariana è il continente maggiormente colpito da malattie infettive di vario tipo. Nonostante ciò, la graduale adozione di stili di vita simili a quelli dei Paesi occidentali, ed in particolar modo il crescente tasso di urbanizzazione, passato dal 12,9% del 1965 al 43,8% attuale, ha favorito una maggiore incidenza anche delle malattie non trasmissibili (NCD), quali ad esempio cancro, diabete e patologie cardiovascolari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che le malattie non trasmissibili Africa aumenteranno del 21% fino al 2030, superando per quell’anno la percentuale di quelle infettive.

All’aumento della domanda di farmaci per NCD contribuiscono, d’altronde, anche trend demografici come quello sulla crescita della popolazione (si stima che questa, già raddoppiata a livello continentale negli ultimi 20 anni, passerà da 1,3 a 2 miliardi nel entro il 2050) e sul graduale invecchiamento (sebbene, nonostante i trend, quest’ultimo sembri un problema decisamente di prospettiva, data l’età mediana del continente africano di 19,7 anni contro, ad esempio, i 42.5 dell’Europa) e del conseguente aumento della speranza di vita (in crescita di oltre 10 anni nelle ultime 2 decadi, fino a raggiungere i 61 anni).

I trend demografici ed i mutamenti nello stile di vita di molti abitanti del continente spingono perciò in alto la domanda di farmaci ed inducono gli Stati a moltiplicare gli sforzi per poter garantire un’offerta autoctona (l’industria farmaceutica locale) che potrebbe giovare di un mercato in forte espansione. Se, di fatti, per gli imprenditori privati non mancano gli stimoli economici per investire nel settore, anche i decisori pubblici africani guardano positivamente allo sviluppo dell’industria farmaceutica autoctona sotto diversi punti di vista.

Innanzitutto la creazione di una manifattura farmaceutica locale avrebbe ripercussioni positive in termini di crescita, poiché contribuirebbe all’opera di diversificazione economica e parziale transizione dal settore agricolo a quello secondario. Lo spostamento di forza lavoro nell’industria è un elemento chiave nel processo di sviluppo economico, in grado innestare un meccanismo virtuoso di crescita del PIL. Nonostante ciò, è bene non sopravvalutare l’impatto del settore sulla crescita economica trainata dal manifatturiero africano. Secondo una stima della multinazionale di consulenza strategica McKinsey & Company, di fatti, anche ipotizzando un forte sviluppo del settore nel prossimo decennio, l’industria farmaceutica sarebbe responsabile per non più dell’’1% dell’incremento annuo di PIL pro capite in nazioni come Nigeria ed Etiopia.

Più significativo potrebbe essere invece l’impatto sulla bilancia commerciale. Una riduzione sostanziosa della quota di import dei farmaci avrebbe infatti effetti benefici su Paesi che soffrono di squilibri commerciali e  gravi carenze di valuta estera. Anche in questo caso, visto l’impatto stimato sul PIL del settore, la variazione non sarebbe decisiva ma comunque allevierebbe cronici problemi.

Da un punto di vista non prettamente economico, l’aumento della produzione farmaceutica autoctona può influire positivamente sul livello di salute delle popolazioni africane. Innanzitutto vi sarebbe un maggiore accesso e disponibilità alle medicine, andando a contrastare un limite spesso incontrato nel mercato africano, ossia quello della presenza di farmaci obsoleti per via degli alti costi burocratici ed economici di registrazione di nuovi prodotti. Lo sviluppo dell’industria farmaceutica africana può inoltre avere un impatto benefico sui sistemi di controllo qualitativo dei farmaci.

Come dimostra anche il caso dell’Etiopia, Paese che ha investito massicciamente sui sistemi di controllo, le politiche volte ad incentivare la produzione di farmaci possono incentivare investimenti istituzionali per rafforzare gli enti regolatori, con effetti positivi anche sul settore della salute pubblica.

La prospettive di successo dell’industria manifatturiera nel continente sono legate alla possibilità di produrre farmaci qualitativamente simili e con prezzi finali inferiori di quelli importati dall’India, il maggior esportatore di medicinali in Africa sub-sahariana, particolarmente competitiva per via dei bassi costi di produzione. Sempre secondo la sopracitata analisi della McKinsey & Company,  dati gli attuali costi delle barriere protettive e di trasporto, nonostante una minore produttività del lavoro, il costo di produzione di alcuni prodotti farmaceutici quali compresse, capsule e creme, potrebbe essere più basso in Paesi come Etiopia e in Nigeria di un 5-15% rispetto alle rispettive importazioni indiane. Questo a patto che si raggiungano le economie di scala necessarie e siano razionalizzate le catene di approvvigionamento locali (supply chain), spesso troppo informali e frammentarie.

Una maggiore e più efficiente produzione autoctona sembra quindi possibile, sebbene persistano diverse problematiche. La prima è connessa al costo del lavoro. Nonostante l’Africa Sub-sahariana notoriamente offra incentivi all’investimento proprio in virtù dei bassi salari,  a differenza di altri settori del manifatturiero a basso valore aggiunto (ad esempio il tessile), la manodopera dell’industria farmaceutica richiede un elevato livello di capitale umano. Ad esempio, l’industria farmaceutica italiana vede oltre il 90% degli addetti ai lavori in possesso di un titolo di istruzione secondaria. La scarsità di manodopera qualificata presente sul continente africano si riflette perciò, paradossalmente, sul costo di questa e va ad influire negativamente sull’attrattività dell’investimento.

A questa problematica vanno ad aggiungersi le oramai croniche lacune infrastrutturali (viarie ed energetiche) nonché politico/istituzionali del continente africano. Queste possono essere attutite dallo strumento delle Zone Economiche Speciali (ZES), aree geograficamente delimitate che godono di regimi burocratici e fiscali agevolati rispetto al resto del Paese che possono essere utilizzate per incentivare investimenti volti a sviluppare il settore farmaceutico. Dal canto loro, gli imprenditori privati, esteri in primis, potrebbero contribuire con investimenti in ricerca  e sviluppo e capitale umano, in modo da supplire alla scarsità di risorse a disposizione dei governi dei Paesi africani. La concentrazione industriale all’interno delle ZES può infine favorire la creazione di economie di scala, in modo da superare la produzione su piccoli impianti, caratteristica delle poche aziende farmaceutiche al momento presenti nella Regione.

Altro fattore fondamentale, al fine di determinare le prospettive di sviluppo del settore, riguarda la presenza di un mercato interno sufficientemente grande da assorbirne la produzione. Non è un caso che, a parte il Sudafrica, i Paesi dell’Africa Sub-sahariana con il settore farmaceutico maggiormente sviluppato siano Nigeria e Kenya, ossia rispettivamente la Nazione più popolosa del continente (quasi 200 milioni di abitanti) e la più grande economia dell’Africa dell’est.

Altra problematica riguarda la disparità di accesso ai medicinali. Ad esempio, in Nigeria, la domanda è concentrata nelle zone urbane a più alto di reddito (ad esempio nei distretti di Lagos quali Eti-Osa, Ojo e Surulere). In un Paese popoloso come la Nigeria, nonostante il livello di povertà diffusa, la presenza di aree urbane ricche consente una discreta produzione e commercio di farmaci. Nonostante ciò, al fine di poter sfruttare in pieno le potenzialità del mercato, oltre chiaramente a migliorare i livelli di salute della popolazione, sarebbe necessario uno sforzo delle autorità governative per rendere i medicinali maggiormente accessibili e garantire la qualità del servizio sanitario. Nel 2015, d’altro canto, la Nigeria disponeva solamente di 0.5 letti ospedalieri per 1.000 persone (contro gli 1.4 del Kenya e i 2.8 del Sudafrica) e di 0.07 letti di terapia intensiva per 100.000 persone (contro gli 0.3 del Kenya). Inoltre, il 70% della spesa sanitaria in Nigeria nel 2015 proveniva da un esborso diretto dei cittadini, mentre la percentuale di spesa pubblica in sanità si fermava al 3,65% del PIL, dato nettamente inferiore a quello del Sudafrica (8,11%) e sotto la media dei Paesi dell’Africa Sub-sahariana (5,16%).

Infine, uno stimolo allo sviluppo del settore farmaceutico-sanitario potrebbe provenire dalla cooperazione tra diversi Paesi. Per fare ciò è però necessaria un’adeguata armonizzazione normativa ed un appiattimento delle barriere commerciali. Nel marzo 2018, 54 Nazioni africane (tutte tranne l’Eritrea) hanno firmato il trattato istitutivo dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), volto alla creazione di un’area di libero scambio in grado di integrare i singoli mercati di beni e servizi dei Paesi africani. Se in prospettiva  il funzionamento dell’AfCFTA potrebbe favorire, tra le altre cose, lo sviluppo di industrie farmaceutiche autoctone, al momento l’implementazione è ancora in fase embrionale. Ad oggi, perciò, l’integrazione dei mercati africani presenta prospettive più realistiche su scala regionale.

Attualmente, l’area regionale all’interno della quale è possibile registrare la maggiore volontà di armonizzazione normativa in materia di produzione e commercializzazione congiunta dei medicinali è quella dell’Africa Orientale. L_’East African Community_ (EAC), organizzazione economica che racchiude Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi, Ruanda e Sudan del Sud, presenta le potenzialità di un mercato di 150 milioni di abitanti. All’interno di questa, i due Paesi più grandi (Kenya e Tanzania) producono circa il 30% dei medicinali a livello nazionale, mentre i partner più piccoli potrebbero agganciarsi alle catene produttive e beneficiare anch’essi degli spillover economici e sanitari che una massiccia e più efficiente produzione di medicinali sul territorio africano dovrebbe portare in dote.

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