L’accordo UE-Australia e la geografia europea del de-risking
Il 24 marzo si sono conclusi i negoziati per il Free Trade Agreement (FTA) tra Unione Europea e Australia. Oltre la superficie bilaterale dell’accordo, il dato va inteso come parte di una più ampia strategia europea di sicurezza economica, resilienza e diversificazione** delle catene di approvvigionamento, con l’obiettivo, da un lato, di rafforzare la posizione europea nell’Indo-Pacifico e, dall’altro, di rendere più stabili le filiere in una fase caratterizzata da sostanziale instabilità internazionale, competizione industriale e crescente pressione sulle materie prime strategiche. In questo senso, l’intesa non costituisce un mero ampliamento dell’accesso al mercato australiano, bensì un tassello della più ampia riconfigurazione geoeconomica perseguita dall’UE.
Sul piano strettamente economico, i benefici per l’Unione risultano già chiaramente misurabili. Nel 2024 l’Australia si è configurata come il 20° partner dell’UE nel commercio di beni, con una quota pari a circa l’1% del totale europeo, mentre l’UE si è confermata il terzo partner commerciale di Canberra dopo Cina e Giappone, rappresentando l’8,6% del totale australiano. Nello stesso anno, gli scambi bilaterali di beni hanno raggiunto i 49,4 miliardi di euro, con un surplus europeo di 27,9 miliardi. Sul lato dei servizi, l’ultimo dato disponibile indica per il 2023 un interscambio pari a 38,1 miliardi di euro, segnalando un surplus UE di 17,9 miliardi di euro. Nel complesso, i dati confermano una relazione commerciale significativa e strutturalmente favorevole all’UE. Sul versante dei beni, invece, i livelli attuali restano superiori a quelli del 2021, nonostante una recente normalizzazione rispetto ai picchi del 2022-2023.
A livello di interscambio reale, l’UE esporta in Australia soprattutto macchinari e apparecchiature, mezzi di trasporto e prodotti chimici, mentre importa prevalentemente prodotti minerari e vegetali. L’accordo si innesta su questa asimmetria vantaggiosa con l’obiettivo di favorirla e rafforzarla ulteriormente, generando fino a 1 miliardo di euro l’anno di risparmi tariffari, una crescita fino al 33% delle esportazioni europee nel prossimo decennio e un aumento stimato di circa 4 miliardi di euro del PIL europeo entro il 2030.
In chiave di de-risking europeo, l’aspetto più strategico dell’intesa riguarda le Critical Raw Materials (CRM). L’Australia dispone infatti di una base estrattiva particolarmente rilevante per la transizione verde e digitale europea: rappresenta il 53% dell’estrazione globale di litio, il 28% di bauxite/alluminio e il 16% di manganese, mentre la dipendenza dell’UE dalle importazioni resta molto elevata, raggiungendo il 100% nel caso del litio, il 99% per il tantalio, il 96% per il manganese, l’81% per il cobalto e il 55% per bauxite/alluminio. In questo quadro, l’FTA punta a rendere più stabile e prevedibile l’accesso europeo a tali risorse attraverso la riduzione o eliminazione dei dazi, il divieto di restrizioni e tasse all’export, la limitazione di pratiche discriminatorie e il rafforzamento della cooperazione lungo le catene del valore. Non a caso, l’accordo si innesta su una traiettoria già avviata con il Memorandum of Understanding UE-Australia sulle CRM del maggio 2024 e con la roadmap approvata nel dicembre dello stesso anno.
In questo scenario, il dossier australiano mostra la sua coerenza con la più ampia strategia europea di riduzione delle dipendenze strategiche. Il 5 marzo, durante la quinta riunione del Joint Committee del Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), dando contestualmente avvio ai negoziati per un Digital Trade Agreement. Il 27 gennaio, Bruxelles conclude l’FTA con l’India; il 17 gennaio firma gli accordi con il Mercosur; e il 6 febbraio la Commissione europea pubblica lo studio sul Middle Corridor, ormai esplicitamente considerato una direttrice strategica per ridisegnare rotte, interconnessioni e supply chain euro-asiatiche. Congiuntamente, questi sviluppi indicano che l’UE non ha come obbiettivo quello di moltiplicare le intese commerciali, bensì procede nella prospettiva di ampliare simultaneamente mercati di sbocco, partner affidabili e reti infrastrutturali, riducendo l’esposizione a dipendenze eccessivamente concentrate rispetto a mercati aggressivamente competitivi.
La medesima logica investe direttamente anche il comparto nucleare. Il 10 marzo, Bruxelles ha pubblicato la** nuova strategia europea sugli Small Modular Reactors** (SMRs), richiamando, nel più ampio quadro del Programma indicativo nucleare (PINC), investimenti per circa 241 miliardi di euro entro il 2050. Tale dato, affiancato da quasi 390 miliardi di dollari di investimenti europei nella clean energy nel 2025, segnala una crescente propensione dell’UE a rafforzare la propria autonomia energetica in coerenza con gli obiettivi del Green Deal e, più in generale, con l’intento di stimolare e, quindi, consolidare una solida base industriale energetica. In questa prospettiva, la persistente dipendenza da forniture esterne di uranio e da servizi legati al fuel cycle rende la diversificazione geografica dei partner un tassello coerente con la strategia europea di de-risking.
Su un piano ulteriore, l’intesa con Canberra può anche essere letta come una possibile base politica indiretta per una maggiore convergenza UE-Australia in Africa nel settore delle CRM. Da un lato, Bruxelles è già improntata alla ricerca di costruire in Africa filiere alternative a quelle dominate dalla Cina attraverso il Global Gateway, il Corridoio di Lobito e i partenariati sulle catene del valore con RDC e Zambia; dall’altro, l’Australia dispone già di una presenza significativa nel Continente, con oltre 170 società quotate all’Australian Securities Exchange (ASX) attive in 35 Paesi africani e con un Memorandum of Understanding firmato nel giugno 2025 con il Segretariato dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) finalizzato a promuovere partnership economiche Australia-Africa.
In questo senso, le due strategie appaiono compatibili e sinergicamente complementari. L’UE tende ad apportare capacità finanziaria e infrastrutturale, mentre l’Australia fornisce esperienza operativa, elevato know-how minerario e una presenza industriale già ben radicata nel settore estrattivo. Altro aspetto riguarda il modo di operare dei competitor nel Continente africano, giacché i vincoli ambientali e sociali relativamente meno stringenti rispetto a quelli cui le imprese europee devono conformarsi, aumentano la flessibilità competitiva diretta di questi a scapito dell’industria europea; proprio per questo, una cooperazione più stretta con attori australiani potrebbe offrire all’UE un margine di manovra ulteriore nello sviluppo di infrastrutture, raffinazione e catene del valore in aree ad alta priorità strategica, rafforzando indirettamente la costruzione di alternative credibili alla centralità cinese.
Più precisamente, la complementarità tra UE e Australia non si esaurirebbe nell’upstream estrattivo, ma potrebbe estendersi soprattutto allo sviluppo delle fasi intermedie della filiera, oggi ancora fortemente concentrate in Cina. Il Critical Raw Materials Act europeo punta, infatti, a coprire entro il 2030 almeno il 40% del fabbisogno europeo di materie strategiche attraverso il processing interno. Nella stessa direzione si muove anche Canberra, il cui quadro progettuale del 2026 individua 29 progetti di processing pronti per investimento, sostenuti dal Critical Minerals Production Tax Incentive, pari a circa 4,9 miliardi di dollari statunitensi. In questo senso, una cooperazione maggiormente strutturata potrebbe produrre un duplice effetto: nell’UE, l’expertise australiana potrebbe contribuire ad accelerare capacità di raffinazione, efficienza di processo e know-how metallurgico; in Africa, la convergenza tra presenza operativa australiana e progetti infrastrutturali europei potrebbe favorire filiere che combinino estrazione, semi-lavorazione e raffinazione, in linea, tra l’altro, con la traiettoria che i principali Paesi africani dipendenti dalle materie prime hanno intrapreso rispetto a questa loro debolezza economica strutturale. A tale riguardo, la potenziale cooperazione rafforzata UE-Australia nel Continente africano diverrebbe una direttrice coerente con gli obiettivi industriali di entrambe le parti e, indirettamente, idonea a ridurre la centralità cinese in segmenti in cui Pechino resta ancora il principale raffinatore mondiale.
In questa prospettiva, l’FTA con l’Australia appare particolarmente significativo, poiché segnala la volontà dell’UE di tradurre in strategia una vulnerabilità strutturale emersa che si sostanzia all’elevata esposizione a dipendenze esterne concentrate sul piano energetico e degli approvvigionamenti minerari. Parallelamente, la conclusione dell’accordo evidenzia anche l’interesse australiano a rafforzare la liberalizzazione degli scambi e a consolidare un modello di partnership win-win con uno storico alleato, in un contesto di progressiva diversificazione dei propri riferimenti commerciali e di parziale riequilibrio rispetto al peso della Cina nel mercato australiano. Per l’UE, inoltre, l’intesa con Canberra va letta non come un episodio isolato, quanto più alla luce di una complessiva strategia europea di de-risking, volta a diversificare partner, filiere e fonti di approvvigionamento, limitando il rischio che squilibri sistemici e crisi esogene compromettano la sicurezza energetica, la stabilità monetaria e la tenuta industriale dell’Unione.