La crisi libica e gli impatti sui mercati dell’energia
Medio Oriente e Nord Africa

La crisi libica e gli impatti sui mercati dell’energia

Di Elia Preto Martini
28.04.2022

La scorsa settimana, Fathi Bashagha, il Premier designato dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk (HoR), ha preso parte alla prima riunione del Consiglio dei Ministri del nuovo Governo di Stabilità Nazionale (GSN) nella città di Sebha, il capoluogo della regione meridionale del Fezzan e terzo centro per importanza della Libia. Questo evento possiede almeno due implicazioni notevoli. Da un lato, infatti, l’insediamento del GSN può essere considerato l’ennesimo capitolo dello scontro interno tra i due Governi che rivendicato l’autorità esclusiva sulla Libia. Una rivalità, questa, che è stata ribadita anche durante il primo discorso pronunciato da Bashagha a Sebha nel quale ha accusato il Primo Ministro supportato dalle Nazioni Unite, Abdul Hamid Dbeibah di essersi arricchito ai danni della popolazione libica – senza però menzionarlo esplicitamente.

Dall’altro lato, l’insediamento del GSN a Sebha, nel Fezzan, è avvenuto in uno dei luoghi più strategici del Paese. Il Fezzan, infatti, è un crocevia chiave per il transito del petrolio e i collegamenti nord-sud. Non sorprende, quindi, che quest’area sia stata attenzionata dalle milizie del Generale Khalifa Haftar (il quale, a sua volta, supporta Bashagha) proprio in concomitanza con l’acuirsi della crisi politica locale. La conseguenza principale è stata il blocco delle attività dei terminal (Brega in particolar modo) e dei principali giacimenti di petrolio (Sharara e El Feel) con l’obiettivo di esercitare una forte pressione su Dbeibah affinché lasci la capitale Tripoli. Questa mossa ha avuto un impatto notevole sulla produzione energetica nazionale, diminuita repentinamente da circa 1,3 milioni a 800 mila barili di petrolio al giorno. La strategia delle forze che supportano Haftar e Bashagha mira però a raggiungere almeno un altro obiettivo. Esse, infatti, vogliono esercitare una sufficiente pressione sulla National Oil Company (NOC) affinché redistribuisca i proventi della vendita del petrolio alle amministrazioni locali anziché versarle direttamente alla Banca Centrale Libica con sede a Tripoli. Questa suddivisione degli introiti era già stata pattuita con un accordo siglato nel settembre 2020 risultato poi determinante per la riapertura degli impianti chiusi durante il periodo della guerra civile. Nella giornata di domenica, dopo che il Ministro del Petrolio, Mohamed Oun, ha dichiarato che a seguito di una serie di incontri con i vari leader tribali gli impianti chiusi potranno riaprire entro qualche giorno, il Primo Ministro Bashagha è tornato su questo argomento ribadendo la necessità di una divisione in modo più equo degli introiti derivanti dalla vendita del petrolio tra l’est e l’ovest del Paese.

Al di là della questione contingente delle riaperture degli impianti, è importante evidenziare come questa situazione continui ad avere delle ripercussioni rilevanti sull’attuale scenario geopolitico regionale e globale, particolarmente sensibile a questi shock dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Proprio in questi mesi, infatti, la stabilizzazione del mercato dell’energia è diventata un obiettivo prioritario nella più ampia strategia di sicurezza nazionale europea, come dimostrato dal tentativo dei principali Paesi dell’UE di ridurre – in maniera più o meno drastica – la dipendenza dalle importazioni russe. Per raggiungere tale obiettivo è necessaria quantomeno la stabilità delle forniture degli altri Paesi, ma gli sconvolgimenti politici in Libia – che appaiono ancora molto distanti dall’essere definitivamente conclusi – spingono esattamente nella direzione opposta, portando così notevoli vantaggi a Mosca all’interno del più ampio conflitto tra Russia ed Occidente.

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