Guerra in Sudan, un punto sul conflitto
Africa

Guerra in Sudan, un punto sul conflitto

Di Domitilla Catalano Gonzaga
28.11.2023

A quasi otto mesi dall’inizio del conflitto in Sudan tra le Forze Armate sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) , gli scontri non sembrano arrestarsi e le ostilità si sono gradualmente estese dalla capitale Khartoum alle regioni meridionali del Sudan, coinvolgendo attori storici, come gruppi armati e milizie etniche, in grado di influenzare le sorti della guerra.

In primo luogo, nell’ultimo mese, sia le SAF sia le RSF hanno intensificato i loro sforzi nel tentativo di controllare l’area strategica della capitale . Difatti, si è verificato un aumento, da parte di entrambe le fazioni, di attacchi aerei, dell’utilizzo di droni da combattimento, così come di bombardamenti di artiglieria, con un’intensificazione degli scontri in tutte le basi militari delle Forze Armate e nelle aree controllate dalle RSF. Questo cambio di strategia, che prevede una limitazione degli scontri diretti, deriva dalla mancanza di progressi significativi sul terreno, con perdite elevate per entrambe le parti. Le RSF dunque hanno aumentato gli attacchi verso le basi militari delle Forze Armate all’interno dell’area metropolitana di Khartoum, espandendo allo stesso tempo il controllo su Sharg al-Nile, nel sud-est della capitale, e su ampie fasce di territorio a Bahri e Omdurman.

Parallelamente, si è assistito ad un allargamento del conflitto nelle regioni del Darfur e del Kordofan. Nel Darfur meridionale, le RSF hanno occupato il 26 ottobre il quartier generale della 16ª Divisione di fanteria a Nyala, dopo intensi combattimenti contro l’esercito sudanese sotto la guida del secondo comandante Abdel Rahim Daglo. La conquista della base militare rappresenta una grave perdita per le Forze Armate in quanto era presente al suo interno una componente del Western Region Command nel Darfur, oltre che diversi battaglioni, artiglieria, e carri armati. Lo Stato del Darfur meridionale inoltre è strategicamente rilevante per la sua vicinanza con il Ciad, il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana e per la sua posizione sulle presunte rotte di rifornimento delle RSF.

Allo stesso tempo, anche il Darfur centrale è stato teatro di una nuova ondata di violenza . Da fine settembre, si sono registrati scontri tra Forze Armate e RSF nella capitale dello Stato, Zalingei, ed il 31 ottobre le RSF hanno rivendicato il controllo della città, incluso il comando della 21ª Divisione di Fanteria delle Forze Armate.

Ad aggravare la situazione, vi è stato il recente coinvolgimento di alcune milizie su base etnica, che si sono unite al conflitto nel mese di settembre, come il Sudan Liberation Movement (SLM), che rappresenta un raggruppamento di diversi gruppi armati sudanesi, comprendenti le tre etnie Fur, Zaghawa e Masalit, i quali hanno combattuto contro le milizie Janjaweed e le forze governative nel conflitto del Darfur (2003-2020). Nello specifico, alla fine di settembre, la fazione Abdul Wahid al-Nur del SLM, ha ottenuto il controllo di ampie fasce di territorio in Darfur e ha affermato di essersi allargata oltre le aree precedentemente sotto il loro controllo al fine di proteggere i civili colpiti dalla guerra in corso tra Forze Armate ed RSF. Parallelamente, è coinvolta nel conflitto anche la Darfur Joint Protection Force (Joint Force), che include gruppi armati fortemente intrecciati con gli interessi locali delle regioni maggiormente coinvolte negli scontri degli ultimi mesi. Queste milizie hanno firmato gli accordi di pace di Juba del 2020 ed attualmente comprendono la fazione Minnawi del SLM, il Gathering of Sudan Liberation Forces, la fazione del Consiglio di transizione del SLM, il Justice and Equality Movement ed il Sudanese Alliance Movement. Negli ultimi due mesi, la Joint Force ha intensificato il suo impegno militare nella regione , ossia da un’iniziale ruolo di scorta dei convogli di aiuti umanitari, ha iniziato ad intraprendere vere e proprie operazioni militari, seppure al suo interno i diversi gruppi armati sono divisi tra chi sostiene le Forze Armate e chi intende mantenere la neutralità. Difatti, inizialmente queste milizie avevano congiuntamente dichiarato la loro neutralità nel conflitto, al fine di prevenire l’escalation degli scontri. Tuttavia, nell’ultimo mese sembra che una fazione del SLM guidata da Minnawi, il Justice and Equality Movement, il Sudanese Alliance Movement e l’Angry without Border Group, gruppo di giovani attivisti, si siano uniti alle Forze Armate, accusando le RSF di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani, di aver violato gli accordi di Juba e di aver minacciato l’unità del Sudan. Le RSF invece verosimilmente hanno costruito una forte base di supporto in Darfur , reclutando combattenti tra le comunità arabe.

Allo stesso tempo, anche la regione del Kordofan è stata caratterizzata da intensi scontri lo scorso mese, che hanno coinvolto diversi attori, tra cui gruppi ribelli, milizie etniche e milizie filo-governative. Nello specifico, nel Kordofan meridionale, si sono riaccesi gli scontri nella città di Kadugli tra le Forze Armate e il Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N) guidato da Abdelaziz al-Hilu, che si è unito alle RSF con circa 25.000 soldati. L’SPLM-N è stato fondato dalle organizzazioni del Movimento di Liberazione del Popolo del Sud Sudan, che sono rimaste in Sudan dopo il voto di indipendenza del 2011. Difatti, nonostante l’accordo di pace, nell’ultimo decennio in quest’area si sono verificati continui conflitti interni, tanto che al-Bashir aveva vietato il partito.

Nel Kordofan settentrionale invece, si sono registrati scontri tra le RSF e la milizia della comunità di Dar Hamid in al-Jamama. La violenza è aumentata dopo che a settembre le RSF avevano rapito oltre 100 minatori della comunità. Infine, nel Kordofan occidentale si è assistito a settembre a scontri tra una milizia filo governativa chiamata Reserve Forces-Eagles Brigade, la quale è stata rifornita di armi dalle Forze Armate, e le milizie di Awlad Mansour (Misseriya), considerati sostenitori della RSF.

In ultimo, la complessità della situazione è ulteriormente acuita dalla competizione di entrambe le fazioni per ottenere legittimità internazionale . In questi mesi di conflitto, il Capo delle Forze Armate Abdel Fattah al-Burhan si è impegnato in un’intensa attività diplomatica, cercando il supporto di Egitto, Sud Sudan, Eritrea, Uganda, Qatar e Turchia. In seguito, dopo il suo tour regionale, al-Burhan ha partecipato alla fine di settembre all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York e durante il suo discorso, ha invitato la comunità internazionale a dichiarare le RSF un’organizzazione terroristica, nel tentativo di limitare il suo potere e minarne la legittimità. Mentre era a New York, al-Burhan ha tenuto anche brevi incontri con altri leader internazionali rilevanti per gli interessi del Sudan come il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ed il Presidente della vicina Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadéra, nonché con alcuni membri della delegazione saudita.

Parallelamente, l’RSF continua a godere di stretti legami con gli Emirati Arabi Uniti e la Russia , con il Wagner Group, e sembra aver cercato il sostegno di milizie della Libia orientale, della Repubblica Centrafricana e del Ciad. Tuttavia, la misura in cui alcune di queste relazioni si sono evolute dall’inizio della guerra non è chiara.

Ciò che appare evidente invece è la totale mancanza di apertura da parte di entrambe le fazioni per giungere ad un accordo che possa porre fine al conflitto. In questi sette mesi di scontri, diversi attori internazionali, tra cui gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, il Kenya, l’ Etiopia hanno intrapreso colloqui con le due parti per raggiungere un cessate il fuoco, ma tutti i tentativi di mediazione sono falliti . A fine ottobre si sono svolti nuovamente a Gedda in Arabia Saudita i colloqui di pace ma il vice comandante delle RSF, Abdel Rahim Hamdan Daglo, ha dichiarato che le RSF, dopo aver guadagnato terreno di battaglia nella regione occidentale del Darfur, continueranno ad avanzare e a conquistare gli altri Stati del Paese.

In conclusione dunque, l’obiettivo delle RSF non è solo quello di conquistare il pieno controllo della capitale , ma anche delle regioni del Darfur e del Kordofan per via della loro peculiarità strategica e dell’accesso alle risorse minerarie. Allo stesso tempo, il coinvolgimento di attori internazionali, ma soprattutto il posizionamento di milizie etniche e gruppi armati sudanesi nei confronti delle due parti sarà decisivo per comprendere l’evoluzione del conflitto. L’azione di questi nuovi attori però per il momento rimane poco chiara ed i motivi sono legati al fatto che ogni milizia etnica e gruppo armato locale è guidata anche da propri obiettivi interni, il che rappresenta un’ulteriore difficoltà per una possibile de-escalation delle ostilità poiché sono crescenti i timori che la situazione possa degenerare in un conflitto civile a causa della profonda polarizzazione all’interno del Paese.

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