Gli interessi degli Emirati Arabi Uniti in Yemen
Medio Oriente e Nord Africa

Gli interessi degli Emirati Arabi Uniti in Yemen

Di Fortuna Finocchito
05.09.2022

Lo scorso 26 marzo è stato il settimo anniversario dell’operazione Decisive Storm con la quale la Coalizione guidata dall’Arabia Saudita è intervenuta militarmente in Yemen. L’obiettivo iniziale dei nove Paesi arabi e degli Stati Uniti (che fornivano supporto di intelligence e rifornimenti in volo) era quello di ripristinare il governo allora guidato da Abd Rabbuh Mansur Hadi e le istituzioni riconosciute dalla comunità internazionale, bloccando l’avanzata degli Houthi.

Dopo sette anni di guerra, però, la strategia della Coalizione, che prevedeva l’impegno saudita, per lo più nel nord dello Yemen attraverso campagne aeree, e quello emiratino, nel sud tramite operazioni terrestri, non ha raggiunto neppure uno dei suoi obiettivi iniziali. Piuttosto, ha consentito agli Emirati Arabi Uniti (EAU) di rafforzare il proprio ruolo nel sud del Paese. Difatti, mentre pubblicamente rispondevano al Presidente Hadi, si sono progressivamente avvicinati ai secessionisti meridionali, considerati degli affidabili alleati nella lotta contro gli Houthi. Da subito, è emersa quindi una differenza nell’agenda politica (o meglio geopolitica) emiratina e saudita. Il coinvolgimento di Riyadh si è tradotto nell’incondizionato supporto al Presidente ed alle milizie filo-governative; mentre quello di Abu Dhabi nell’attivo sostegno della causa meridionale e nel (sempre maggiore) addestramento di un esercito nazionale (del sud).

Con la creazione di più aree di influenza geostrategica – le città-porto di Aden e Mukallah ed i terminal petroliferi e gasiferi di Bir’Ali, Ash Shir e Balhaf – è chiaramente emersa la molteplice e diversa, seppure interconnessa, natura degli interessi emiratini in Yemen e nelle sue acque circostanti. I principali includono la creazione di hub commerciali e logistici, la libertà di navigazione, la diversificazione delle rotte marittime petrolifere e la creazione di nuove pipelines. In quest’ottica, Abu Dhabi si è assicurata una libertà di movimento nelle acque che dal Mar Rosso – non solo meridionale ma anche settentrionale in seguito alla nuova partnership industriale con l’Egitto per una serie di progetti portuali – si estendono fino all’Oceano Indiano, passando per lo Stretto di Bab al-Mandeb e il Golfo di Aden. Questo ampio quadrante permette, da un lato, l’espansione emiratina fino al Mediterraneo, attraverso il Canale di Suez, e dall’altro l’accesso diretto al Corno d’Africa. Nonostante i legami storici con i Paesi del Corno, sono state soprattutto le Primavere Arabe del 2011 ad attribuire a questa Penisola un‘importanza più strategica che tattica per gli EAU. Qui, così come nel Mediterraneo Orientale, gli emiratini proiettano le loro mire di profondità strategica. In Eritrea, oltre ad aver finanziato la costruzione del porto di Assab, poi smantellato alla fine del 2020, gli EAU hanno ampliato la pista di atterraggio, che dal 2015 è utilizzata come piattaforma di partenza per armi pesanti e truppe dirette in Yemen; nel Somaliland, hanno costruito una base militare navale nel porto di Berbera, situato su un importante tratto di costa sul Golfo di Aden; e, infine, la regione indipendentista del Puntland, in Somalia, è parte integrante dell’approccio inter-regionale emiratino per il contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamista e alla pirateria. Guardando al futuro, il finanziamento per la costruzione di un nuovo porto in Sudan sulle sponde del Mar Rosso – parte di un pacchetto di investimenti emiratini di circa sei miliardi di dollari che comprende anche la realizzazione di una zona industriale e di libero scambio – contribuirà a consolidare maggiormente la presenza degli EAU in questo quadrante. Le basi militari nonché i significativi investimenti (per lo più nel settore commerciale) non fanno altro che confermare l’esistenza di legami tra interessi securitari ed economici degli EAU in Yemen e nella vicina penisola del Corno d’Africa.

La portata degli investimenti e la costante minaccia alla sicurezza marittima, proveniente essenzialmente dalle attività degli Houthi, spiegherebbero l’insistenza emiratina per l’approvazione della risoluzione 2624 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Adottata il 28 febbraio 2022, il documento non solo estende l’embargo sulle armi a tutto il movimento degli Houthi – quindi non solo alla leadership –, ma esorta gli Stati della regione a combattere attivamente il traffico di armi via terra e via mare. Le acque dello Stretto di Bab al-Mandeb e del Golfo di Aden sono, infatti, oggetto di iniziative multinazionali come mai prima negli ultimi vent’anni. Sforzi per la securizzazione delle acque dello Stretto di Bab al-Mandeb e del Golfo di Aden sono stati ulteriormente rafforzati lo scorso 17 aprile con la creazione della Combined Maritime Forces 153, a guida statunitense. La task force vede nel suo obiettivo primario il contrasto al contrabbando di armi di fabbricazione iraniana utilizzate dagli Houthi soprattutto per la costruzione di droni e missili impiegati negli attacchi contro obiettivi sauditi ed emiratini e contro petroliere che transitano attraverso Bab al-Mandeb.

Sfruttando le riconsiderazioni strategiche statunitensi in Medio Oriente e le difficoltà saudite, accentuatesi con la diffusione della pandemia da Covid-19, Abu Dhabi ha esteso la sua presenza in Yemen penetrando nelle zone transfrontaliere di al-Mahra (la regione più orientale dello Yemen) e Socotra (isola yemenita al largo delle coste somale), mai raggiunte dagli Houthi. A fronte di una rilevanza crescente degli EAU sia militare sia territoriale, la reazione dell’Arabia Saudita non si è fatta attendere. Se ad al-Mahra e Socotra il confronto militare è stato fino ad ora evitato, ad Aden si è giunti ad uno scontro diretto, nell’agosto del 2019, tra le forze sostenute dagli EAU e la Brigata Presidenziale, seguito poi, da bombardamenti sauditi su basi militari dei separatisti. Chiaramente, il confronto militare, diffusosi a macchia d’olio in diverse zone del sud dello Yemen ed accompagnato da atti di portata simbolica – come l’appello del Vice Presidente del Consiglio di Transizione del Sud (CTS), Hani bin Breik, alla marcia sul Palazzo presidenziale oppure gli alti livelli di defezione militare dalla Brigata – rifletteva la frattura interna non solo alle forze militari yemenite ma anche alla Coalizione internazionale.

A rafforzare la divergenza delle agende estere dei due attori regionali, vi sarebbe anche la pubblica retorica perseguita dagli EAU circa la promozione della moderazione religiosa. Questa è presentata come una missione regionale e si concretizza nella lotta al terrorismo: precisamente nell’indebolimento dei Fratelli Musulmani, da una parte, e nel contrasto ad al-Qaeda nella Penisola Araba, dall’altra. Gli Emirati hanno da sempre combattuto l’ascesa dello Stato Islamico e la ri- affermazione di al-Qaeda; nel caso yemenita, lo hanno fatto tramite l’impegno militare di terra ed il supporto alle operazioni anti-terroristiche degli Stati Uniti. Quanto alla Fratellanza Musulmana, l’Arabia Saudita ha generalmente sostenuto il partito islamista Islah (che racchiude una parte dei Fratelli Musulmani yemeniti) e la potente confederazione tribale Hashid guidata dagli Sheikhs al-Ahmar – che erano subordinati al network dell’ex Presidente yemenita Ali Abdullah Saleh – mentre gli EAU hanno preferito sostenere il CTS, entità semi-autonoma che ha conquistato un’influenza significativa nel sud sin dalla sua creazione nel 2017. Il legame tra Abu Dhabi ed il CTS è ulteriormente rafforzato dalla comune opposizione al partito al-Islah, considerato un attore rivale dai secessionisti in seguito al suo considerevole sostegno al Presidente Hadi, che, dal 17 aprile 2022, ha trasferito i suoi poteri e quelli del Vice Presidente yemenita, Ali Mohsin al-Ahmar, ad un Consiglio presidenziale di otto membri – espressione più o meno velata delle volontà saudite ed emiratine – e incaricato di negoziare un cessate-il-fuoco permanente con gli Houthi, gestire la transizione verso l’elezione di un nuovo Capo dello Stato e garantire l’assistenza minima da un punto di vista di welfare alla popolazione.

Dal punto di vista militare, dotati del migliore esercito tra le monarchie del Golfo per competenze e prestazioni, gli EAU hanno giocato un ruolo fondamentale nella riorganizzazione della governance securitaria nel sud dello Yemen. Dopo la formazione di numerose e, spesso, poco durevoli milizie, la struttura militare yemenita è composta dalle forze di sicurezza regolari e da milizie locali addestrate ed equipaggiate dagli EAU, ovvero le Forze d’elite dell’Hadramawt, che confluiscono nella Seconda Regione Militare dell’esercito, le Forze d’elite di Shabwa, che operano nell’omonimo governatorato e, infine, le Giants Brigades, un’entità relativamente nuova composta da circa trentamila soldati.

Senza dubbio, è stata l’organizzazione e l’addestramento di milizie, reclutate su scala clanico-locale, che ha consentito agli EAU di ridurre ufficialmente la loro presenza militare in Yemen dal 2019. Tale disimpegno, sia pure parziale, non si è affatto tradotto nella fine dell’influenza degli EAU nel Paese: questa, da tre anni oramai, è “solo” esercitata in modo indiretto attraverso legami di patronage con le forze locali che continuano a dipendere dagli EAU per il raggiungimento del loro obiettivo ultimo, ovvero l’indipendenza del sud dello Yemen. Dunque, più che una riduzione è un diverso dispiegamento delle forze in campo, da cui si dipanano le ambizioni emiratine e, di riflesso, del CTS che sono oggi rivolte verso i governatorati di Hadramawt e Shabwa, entrambi ricchi di ingenti risorse energetiche. Se nel primo, che vanta di storici legami con l’Arabia Saudita, la guerra non è (ancora) arrivata, nel secondo si combatte sulle linee di confine. Sebbene l’Accordo di Riyadh del 2019 abbia sancito il passaggio del ruolo guida nel sud dello Yemen dagli EAU all’Arabia Saudita, il controllo del governatorato di Hadramawt ha generato – ad oggi – non poche tensioni tra le forze sostenute dai due attori regionali. Mentre i gruppi filo-governativi controllano la parte settentrionale, quelli filo-emiratini, che comprendono le Hadharami Elite Forces, sono stanziati a sud e difendono le coste del governatorato. L’attuale tregua, in vigore dal 2 aprile scorso e rinnovata fino ad ottobre, lascia invariati gli schieramenti e le conquiste sul campo confermando (indirettamente) il successo della strategia emiratina in Yemen. Nonostante abbiano pubblicamente riconosciuto il ruolo securitario svolto dall’Arabia Saudita nel Paese, è chiaro che gli Emirati sono in una posizione di vantaggio rispetto al Regno degli al-Saud. In altre parole, il cessate il fuoco sta de facto consentendo agli EAU di preservare quella proiezione geostrategica ottenuta con l’espansione della loro presenza soprattutto nel sud dello Yemen. Con tutta probabilità, Abu Dhabi sosterrà tale tregua esercitando la sua influenza attraverso i diversi leader militari (ad essa legati) parte del neoeletto Consiglio Presidenziale, che è inoltre espressione della perdurante frammentazione politica (e non solo) del Paese.

Spesso in grande autonomia rispetto ai suoi alleati, gli EAU hanno dimostrato di poter essere un attore abile anche nell’addestramento delle milizie che attualmente giocano un ruolo chiave nel conflitto e che sono emerse come i gruppi armati più forti dell’esercito regolare yemenita. Di fatti, se si è registrata una significativa riduzione della violenza nel governatorato di Shabwa lo si deve soprattutto all’azione delle Giants Brigades. Con l’operazione South Tornado lanciata lo scorso gennaio, le Giants Brigates, in cooperazione con le Forze d’Elite di Shabwa, hanno bloccato l’avanzata degli Houthi riconquistando tre distretti in meno di dieci giorni.

Sebbene ad una prima analisi, il ruolo degli EAU in Yemen potrebbe non essere del tutto chiaro, il suo coinvolgimento nasconde grande rilevanza per gli equilibri mediorientali. I vantaggi ottenuti in termini di proiezione militare e commerciale nonché la creazione di reti locali in Yemen, ma anche nel Corno d’Africa, rinsaldano largamente la posizione di forza che gli Emirati hanno conquistato in questa cruciale regione. In una prospettiva più interna al conflitto, un tale impegno, finanziario e militare, dimostra tra l’altro l’efficacia della strategia perseguita in Yemen durante i sette anni di guerra.

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