Il Kosovo si allontana ancora dall’UE dopo la sentenza contro gli ex leader Uck
Europa

Il Kosovo si allontana ancora dall’UE dopo la sentenza contro gli ex leader Uck

Di Ottavia Zuin
02.10.2026

La sentenza con cui, mercoledì 16 settembre, il tribunale speciale per il Kosovo ha condannato per crimini di guerra i quattro ex leader dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) ha provocato una nuova ondata di tensioni nei rapporti tra Belgrado e Pristina, portando ad un ulteriore raffreddamento del percorso di adesione del Kosovo all’Unione Europea. In tal senso, a poco più di tre anni dall’inizio del processo all’Aia il collegio giudicante ha dichiarato colpevoli Hashim Thaci, Jakup Krasniqi, Kadri Veseli e Rexhep Selimi di detenzione arbitraria, maltrattamenti, torture e omicidio di 96 persone commessi durante la guerra contro la Serbia nel 1998-1999.

La sentenza più dura è arrivata per Thaci, ex Presidente del Kosovo, membro dello Stato Maggiore dell’Uck e capo della direzione politica, condannato a 25 anni di reclusione. Stessa pena per Jakup Krasniqi, ex Presidente del Parlamento del Kosovo, portavoce e vicecomandante dell’Uck. Per loro i pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 45 anni. Kadri Veseli, capo della Direzione dell’Intelligence, e Rexhep Selimi, ispettore generale dell’Uck, dovranno invece scontare rispettivamente 18 e 13 anni di carcere. I quattro si trovavano in carcere all’Aia dal 2020 e i sei anni già trascorsi in detenzione preventiva saranno computati nella pena.

Subito dopo il verdetto la rabbia dei cittadini del Kosovo, per i quali l’Uck rappresenta ancora un movimento di liberazione del popolo dall’oppressione serba, è scoppiata nelle piazze e davanti ai cancelli delle Camere specializzate del Kosovo, il tribunale speciale che si trova all’Aia, fortemente voluto dall’Unione Europea per giudicare i crimini di guerra commessi dall’organizzazione. Gli scontri tra i sostenitori dei leader kosovari e le forze di polizia sono divampati anche nella capitale, Pristina, dove la folla ha tentato l’assalto alla Missione dell’UE sullo Stato di diritto in Kosovo (Eulex), istituita nel 2008 dopo la dichiarazione d’indipendenza del Paese. Nel corso della giornata la tensione nelle piazze si è trasformata in scontro politico, con un botta e risposta che rischia di compromettere la già complessa posizione del Kosovo nel suo cammino verso l’UE.

Tali sviluppi devono però essere valutati alla luce del contesto regionale. Infatti, dallo scoppio della guerra in Ucraina, è diventata sempre più evidente per Bruxelles la necessità di portare i Balcani occidentali, terreno di contesa strategica con la Russia, dentro la propria sfera di influenza. Dopo gli allargamenti del 2004, 2007 e 2013, che hanno portato nell’UE, tra gli altri, Slovenia, Bulgaria, Romania e Croazia, il processo ha subito un rallentamento e l’ingresso in blocco dell’area si è rivelato un processo più lungo e costoso del previsto.

Negli ultimi quattro anni, da quando Pristina ha presentato la domanda ufficiale di adesione, il suo cammino verso l’Ue è rimasto sostanzialmente fermo, a differenza di altri Paesi della regione, come Montenegro e Albania, che dovrebbero fare il loro ingresso già tra il 2028 e il 2029. Proprio negli ultimi mesi i rappresentanti europei hanno richiamato più volte le istituzioni kosovare, esprimendo disappunto soprattutto per i mancati progressi nel dialogo con Belgrado e per la crisi politica che ha paralizzato le istituzioni del Paese da febbraio 2025, di fatto impedendo al Kosovo di accedere ai fondi europei destinati alla crescita dei Balcani occidentali (con almeno 40 milioni di euro già persi per la mancata attuazione delle riforme richieste dall’UE).

In questo contesto, la sentenza del tribunale speciale dell’Aia ha evidenziato ancora una volta la distanza che separa il Kosovo dal suo futuro europeo, rappresentando l’ennesima occasione per riaccendere la retorica con Belgrado e minando nuovamente gli sforzi per la normalizzazione del dialogo, condizione sine qua non per l’ingresso dei due Paesi nell’Unione. Subito dopo il verdetto mentre nelle strade di Pristina infuriava la protesta, Bruxelles ha chiesto “moderazione” a tutti gli attori, in Kosovo e nella regione. Un appello implicitamente rivolto anche alle autorità serbe, che hanno contestato la decisione del collegio giudicante di respingere tutti e sei i capi d’accusa per crimini contro l’umanità commessi dall’Esercito di liberazione del Kosovo, non essendo riuscita la Corte a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che vi fosse stato un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile. Proprio questo nodo della sentenza ha sollevato la rabbia del Presidente serbo Aleksandar Vucic, i cui rapporti con Bruxelles si sono fatti più tesi dopo i funerali di Stato riservati a Ratko Mladic, l’ex Generale serbo-bosniaco morto lo scorso 27 agosto mentre si trovava in carcere all’Aia, dove scontava l’ergastolo per il genocidio di Srebrenica e i crimini di guerra commessi durante l’assedio quadriennale di Sarajevo. Crimini che, a differenza di quelli oggetto della sentenza contro gli ex leader dell’Uck, i giudici hanno riconosciuto come frutto di una pianificazione sistematica ai vertici della catena di comando serbo-bosniaca.

In questi termini, i rapporti tra Belgrado e Bruxelles da tempo non vertono nella loro forma migliore, a causa della sistematica ambiguità del Governo di Vucic, diviso tra l’aspirazione all’ingresso nell’Unione e la storica vicinanza politica con la Russia e la Cina. L’ultimo segno di una relazione che non sembra funzionare è arrivato con l’annuncio della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha deciso di non visitare Serbia e Bosnia nel corso del suo prossimo tour nei Balcani occidentali, previsto dal 30 settembre al 2 ottobre. La decisione è stata presa, secondo quanto comunicato dalla Commissione europea, per non turbare gli equilibri interni alla luce delle elezioni parlamentari che si terranno in entrambi i Paesi a ottobre. Una spiegazione che non ha convinto Belgrado, secondo cui si tratterebbe di un modo elegante per rinunciare alle due tappe del viaggio.

Alla luce di tutto questo, è evidente come quanto accaduto nelle ultime settimane, da ultimo il verdetto del 16 settembre, abbia alimentato nuovamente le tensioni interne alla regione e il dibattito con l’Unione Europea. Nonostante Bruxelles abbia ribadito più volte negli ultimi anni che l’ingresso dei Balcani occidentali resta una priorità strategica fondamentale per il futuro e la sicurezza del continente, e malgrado gli sforzi profusi per accelerare il processo, questo non sembra andare nella giusta direzione.

Il verdetto dell’Aia ha portato alla luce uno dei nodi fondamentali che rallenta il cammino dei Balcani verso lo spazio europeo: la profonda divisione nella lettura che le componenti della regione danno dei conflitti che l’hanno attraversata meno di trent’anni fa. I dissapori interni che il caso kosovaro ha riacceso, e che frammentano ancora oggi il suo spazio, dimostrano quanto siano profonde le ferite inferte dalle guerre degli anni '90 e quanto, inevitabilmente, contribuiscano a separare la regione dall’immagine di spazio unito e pacifico che ai Balcani occidentali si chiede essere, come futura parte dell’Europa.

In questo quadro, i leader europei chiedono da tempo alla regione di mettere da parte il passato in un’ottica di pace e integrazione, ma ogni tentativo di fare i conti con la propria storia finisce sempre per riaprire più ferite di quante ne chiuda. Resta da capire, nel prossimo futuro, se l’Unione Europea deciderà di attendere che i Balcani occidentali facciano pace con la propria storia, nell’intento comune di unirsi all’UE, o se le implicazioni internazionali della partita in corso le imporranno di procedere comunque, prima che quella riconciliazione sia compiuta, con i rischi del caso. Per Pristina il banco di prova più immediato resta l’evoluzione dello stallo politico interno, ma non sarà l’unico test per la tenuta dell’intera regione. Infatti, gli appuntamenti elettorali in Serbia e Bosnia di ottobre, insieme alla prossima visita di von der Leyen nei Balcani occidentali, diranno molto sul grado di affidabilità con cui l’Ue guarda al processo di integrazione dei Balcani.