31 OTTOBRE 2018
Geopolitical Weekly n.307
DI Andrea Posa, Antonio Scaramella e Luca Tarantino

Etiopia

Giovedì 25 ottobre, il Parlamento ha eletto la diplomatica Sahle-Work Zewde Presidente della Repubblica. Tale elezione è un’autentica rivoluzione nella politica nazionale, poiché si tratta della prima donna che ricopre un simile incarico nella storia del Paese. Sahle-Work ricopre tuttora la carica di Sottosegretario delle Nazione Unite e Rappresentante Speciale dell’ONU per l’Unione Africana e svolgerà il ruolo di Presidente in sostituzione del dimissionario Mulatu Teshome Wirtu, il quale aveva rassegnato il giorno prima le dimissioni ad un anno dalla scadenza naturale del suo mandato.

L’elezione è avvenuta la settimana successiva al rimpasto di governo che ha visto altre 10 donne essere nominate Ministro, facendo dell’Etiopia il terzo Paese in Africa, dopo il Ruanda e le Seychelles, a raggiungere la parità di genere nell’organigramma dell’esecutivo e rappresenta un altro passo del Primo Ministro Abiy Ahmed verso la realizzazione del suo programma di riforme e modernizzazione del Paese.

Infatti, a partire dalla sua elezione dello scorso aprile, Ahmed ha mostrato sensibili aperture verso il tema dei diritti umani, liberando migliaia di prigionieri politici, e cercando nel frattempo di instaurare un dialogo con organizzazioni fino a quel momento considerate dallo Stato etiope quali terroristiche, come l’Oromo Liberation Front (OLF), gruppo che per anni ha lottato per l’autodeterminazione dell’etnia oromo, e l’Ogaden National Liberation Front, altro gruppo insurrezionale per l’indipendenza della regione dell’Ogaden.

Con l’elezione di Sahle-Work, Ahmed mette un altro tassello alla sua opera di rinnovamento, aggiungendo al tentativo di instaurare un maggior equilibrio tra le etnie del Paese anche quello della promozione della parità di genere.

 

Nigeria

Il 29 ottobre, ad Abuja, circa 30 manifestanti dell’Islamic Movement of Nigeria (IMN), organizzazione sciita che si oppone alle autorità del Paese, hanno perso la vita a seguito di scontri con la polizia. La dinamica degli eventi non è ancora chiara, ma sembra che le forze dell’ordine abbiano aperto il fuoco sulla folla dopo che questa aveva deciso di continuare la processione che chiedeva la liberazione del suo leader, Ibraheem Zakzaky. L’IMN è un movimento pacifico e, negli anni, è stato abile nel creare una rete parallela di strutture educative ed assistenziali, guadagnando il supporto della popolazione che gli ha riconosciuto un’autorità e una legittimità superiore a quella delle istituzioni centrali. Per questo motivo, il governo nigeriano ha sentito la necessità di ridimensionarlo, utilizzando metodi decisamente muscolari.

Il clerico sciita era stato incarcerato il 13 dicembre 2015, quando l’esercito nigeriano aveva fatto irruzione nel complesso dove viveva a Zaria, nello Stato Federale di Kaduna, uccidendo più di 300 persone, tra cui la moglie dello stesso Zakzaky e altri leader sciiti.

Al massacro avevano fatto seguito una serie proteste in tutto il Paese, oltre alle condanne della Nigerian Human Rights Commission e di Amnesty International, le quali avevano portato il caso all’attenzione internazionale accusando il Governo nigeriano del Presidente Muhammadu Buhari di commettere gravissime violazioni dei diritti umani. Tuttavia, Buhari non ha né mai fatto luce sull’accaduto, né liberato il leader dell’IMN.

Per di più, negli ultimi anni, è continuata la repressione del movimento, con numerosi episodi di violenza ai danni dei seguaci che continuano a chiedere la scarcerazione del loro leader. Il gruppo fondato da Zakzaky conta più di 3 milioni di aderenti, quasi un terzo dei circa 8 milioni di sciiti nigeriani.

Con il perpetrarsi della repressione si profila però il rischio di una radicalizzazione dell’IMN, che potrebbe decidere di imbracciare le armi contro il Governo nigeriano proprio come ha fatto Boko Haram, il gruppo che a seguito dell’uccisione del suo leader Mohammed Yusuf ha abbandonato i metodi non violenti utilizzati fino a quel momento e si è trasformata in un’organizzazione terroristica di matrice jihadista che nel Nord della Nigeria ha ucciso decine di migliaia di uomini e causato milioni di sfollati.

 

Siria

Il 27 ottobre si è tenuto ad Istanbul un summit quadripartito sulla situazione siriana. All’incontro, convocato e presieduto dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, hanno partecipato il Presidente russo Vladimir Putin, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente francese Emmanuel Macron. Il summit, il primo del suo genere, si è incentrato su due temi principali: il processo di revisione costituzionale, arenatosi dopo il meeting di Sochi (gennaio 2018), e la questione dei rifugiati siriani, specialmente per quanto riguarda la zona di Idlib. Tutte le parti hanno condiviso la necessità di iniziare un processo condiviso che permetta la stabilizzazione di un paese ormai in guerra da sette anni.

Nonostante l’incontro non abbia portato ad alcun risultato concreto, se non a qualche generale dichiarazione di principio, il summit potrebbe comunque rappresentare, in prospettiva, un’importante svolta nella gestione diplomatica della crisi siriana. Infatti, mentre i negoziati di Ginevra sotto egida ONU sono di fatto congelati, l’unico strumento diplomatico attivo è il processo di Astana (che coinvolge solo Russia, Turchia e Iran). Tuttavia, Astana rispondeva alla necessità di evitare escalation in una fase, ormai quasi conclusa, in cui gli alleati di Damasco hanno proceduto alla riconquista di tutte le sacche ribelli ancora presenti nell’ovest del Paese.

Dunque, il summit di Istanbul è potenzialmente rilevante per due motivi. Innanzitutto, per il formato inedito, che affianca a Mosca e Ankara (già attivi con Astana) anche due attori come Parigi e Berlino. In secondo luogo, per i temi affrontati, poiché puntano entrambi a normalizzare e stabilizzare la situazione in Siria sotto il profilo umanitario e politico. In questo senso, il formato di Istanbul potrebbe diventare il principale veicolo negoziale anche per il dossier della ricostruzione, in cui finora l’Unione Europea ha vincolato le sue risorse economiche all’avvio di un processo politico intra-siriano genuino, che tenga conto anche delle istanze delle opposizioni al Presidente siriano Assad. Inoltre, va notato che questo formato consente di marginalizzare ulteriormente gli Stati Uniti (che mantengono una presenza militare a est dell’Eufrate), che soprattutto negli ultimi mesi hanno assunto una postura decisamente più intransigente verso la presenza iraniana in Siria e la stessa Russia.

 

Sri Lanka

Lunedì 29 ottobre il Presidente Sirisena ha ufficialmente dato inizio al lavoro del nuovo Primo Ministro Rajapaksa, dopo la frettolosa cerimonia di giuramento tenutasi tre giorni prima. L’ex Presidente (2005-2015), accusato di corruzione e di crimini di guerra e contro l’umanità durante la guerra civile cingalese (1983-2009), è stato chiamato a sostituire il leader dello United National Party (UNP) Wickremesinghe, dal quale era stato sconfitto alle elezioni del 2015 proprio in coalizione con Sirisena.

L’ormai ex Premier è stato destituito il 26 ottobre dopo la scoperta di un complotto per l’uccisione del Capo di Stato, in cui sarebbe coinvolto anche un Ministro dell’UNP. Wickremesinghe, rifiutandosi di accettare il licenziamento poiché illegittimo ed incostituzionale, ha rivendicato la maggioranza del Parlamento. Il Presidente ha dunque sospeso l’Assemblea legislativa fino al 16 novembre.

Le agitazioni politiche si inseriscono in un contesto, quello cingalese, che da anni è teatro insieme a tutta la regione dello scontro tra le aree di influenza indiana e cinese. L’India, economicamente coinvolta nelle vicende dell’isola, ha accolto con apparente calma la nomina di Rajapaksa (nonostante la sua politica prevalentemente filo-cinese durante la presidenza) invitando le parti politiche in gioco a rispettare le istanze democratiche per la stabilità governativa. La Cina, tramite il suo ambasciatore Cheng Xueyuan, è stata la prima a congratularsi con il neo eletto mostrando entusiasmo per il cambio di vertice nell’esecutivo.

Negli ultimi sei mesi il Capo di Stato aveva frenato numerosi investimenti da parte indiana, ritardando ulteriormente il completamento di diversi progetti infrastrutturali in cui l’India è direttamente coinvolta; per contro, il flusso degli investimenti dal Paese comunista è fortemente cresciuto negli ultimi anni. A seguito delle ultime tornate elettorali in Bangladesh, Nepal e Maldive (in cui i risultati hanno esautorato i politici filo-cinesi) è possibile che il Presidente Sirisena, ben conscio dei problemi economici in cui versa la sua Nazione, stia puntando ad un deciso avvicinamento ad Oriente per ottenere fondi considerevoli: non va tralasciata, infatti, l’importanza che il porto di Hambantota (costruito e finanziato dalla Cina) riveste nella Belt and Road Initiative (BRI).

 

Tunisia

Nel primo pomeriggio dello scorso 29 ottobre, una donna ha compiuto un attentato suicida in centro a Tunisi, utilizzando una cintura esplosiva e causando circa venti feriti. Oltre l’attentatrice non ci sono stati morti, e tra i feriti nessuno è in pericolo di vita. Secondo il portavoce del Direttorato Generale della Sicurezza Nazionale Walid Hekima, l’attentatrice sarebbe la 30enne Mouna Gabla, single e senza precedenti o sospetti di affiliazione terroristica. Originaria della regione orientale di Mahdia, secondo fonti del Ministero dell’Interno Gabla sarebbe stata in possesso di una laurea ma attualmente disoccupata.

L’esplosione è avvenuta nella centralissima e turistica Avenue Bourguiba e sembra aver avuto come bersaglio le forze di sicurezza locali, in quanto la donna ha detonato l’ordigno accanto a diverse macchine della polizia. Inoltre, nella zona dell’attentato si trovano diversi altri potenziali obiettivi come hotel, centri commerciali, musei e ambasciate (quella francese si trova a 200 metri).

L’attentato avviene in un momento di grande difficoltà politica per il Paese. La coalizione che ha fino ad ora retto l’Esecutivo, composta da Nidaa e Ennahda, dà evidenti segni di cedimento a un anno dalle prossime elezioni. Ciò aumenta l’incertezza circa il proseguimento della transizione tunisina, che finora si è retta proprio su governi di unità nazionale. In più, il difficile quadro economico e sociale del paese non ha mostrato miglioramenti. Dunque, in una simile situazione il messaggio dei gruppi jihadisti presenti nel Paese può facilmente attecchire nelle frange più disagiate della popolazione. D’altronde, negli anni passati dalla Tunisia sono partiti circa 6.000 foreign fighter, mentre altri 19,000 sono stati bloccati dalle autorità.

Tuttavia, poiché l’attentato non è ancora stato rivendicato e l’ordigno impiegato sembra molto rudimentale, non si può escludere che la donna abbia agito sostanzialmente da sola, compiendo un gesto estremo di protesta. In alternativa, Gabla potrebbe aver avuto contatti ancora non accertati con la Katiba Ukba Ibn Nafaa (KUIN), afferente alla galassia di al-Qaeda, o con la branca tunisina di Jund al-Khilafa (JAK), gruppo affiliato a Daesh. Benché sia KUIN che JAK siano ormai attivi quasi esclusivamente sulle montagne al confine con l’Algeria, entrambi prediligono come bersaglio le forze di sicurezza.