Il rischio di regionalizzazione del jihadismo mozambicano
Africa

Il rischio di regionalizzazione del jihadismo mozambicano

Di Moges Andreoli
27.04.2021

Il 24 Marzo, Ansa al-Sunna (conosciuto localmente come al-Shabaab), organizzazione jihadista associata alla provincia dello Stato Islamico in Africa centrale (SIAC) ha lanciato un’offensiva contro la città di Palma (53.000 abitanti), situata all’estremità nord della provincia settentrionale mozambicana di Cabo Delgado. L’attacco, che ha visto coinvolte le Forze Armate mozambicane e le unità della compagnia militare privata sudafricana Dick Advisory Group, ha provocato la morte di 12 persone, tra cui un cittadino sudafricano e uno britannico.

Ansar al-Sunna nasce nel 2015 in seguito all’insediamento nel Mozambico settentrionale di un gruppo di seguaci (tanzaniani e mozambicani) del defunto predicatore islamico keniano Aboud Rogo Mohammed (considerato tra gli ideatori dell’attacco all’ambasciata USA in Kenya e Tanzania nel 1998) fuggiti dalla Tanzania meridionale. Alla base degli insegnamenti di Ansa al-Sunna, oltre alla proposizione di una lettura radicale dell’Islam, vi sono la forte condanna alle élite mozambicane e alle multinazionali che si arricchiscono a danno delle comunità locali. In questo senso, il processo di reclutamento dei militanti estremisti nel Mozambico settentrionale potrebbe essere stato favorito dalla marginalizzazione socioeconomica delle comunità locali, in particolare della popolazione giovanile. Fonti locali suggeriscono che i leader di Ansa al-Sunna abbiano originariamente reclutato giovani poveri o disoccupati offrendo loro piccoli prestiti da investire in qualsiasi settore, compresa l’economia illegale. Inoltre, le ingenti risorse naturali presenti nella regione (in particolare a Capo Delgado) cui sono seguiti investimenti da parte di multinazionali straniere nel settore gasiero, che vedono coinvolte la francese Total, l’italiana ENI e l’americana Exxon Mobil, e minerario (rubini di Montepuez), non hanno avuto ritorni in termini di miglioramenti della condizione economica dei locali, contribuendo al potenziale avvicinamento di alcuni individui al gruppo jihadista. Parallelamente, tensioni di natura etnico-religiosa nella parte settentrionale del Mozambico (prevalentemente di fede musulmana) dovuti all’emarginazione politica ed economica della maggioranza musulmana Mwani (presente principalmente a Capo Delgado) da parte della minoranza cristiana dei Makonde potrebbero aver incoraggiato la militanza al gruppo jihadista Ansa al-Sunna.

Ansa al-Sunna ha iniziato le proprie attività insurrezionali nel 2017 nel nord del Mozambico (primo attacco ufficiale il 27 agosto 2017, contro la stazione di polizia del distretto di Mogovolas nel villaggio di Nametil, nella provincia settentrionale di Nampula, confinante con la provincia di Capo Delgado).

Nel luglio 2019, il gruppo jihadista giurava fedeltà allo Stato Islamico (IS) e nel 2020 veniva integrato alla provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale (SIAC), branca responsabile delle attività del Califfato in Africa Centrale e Meridionale. Nel corso di tre anni, gli insorti di Ansa al-Sunna hanno lanciato decine di attacchi in tutta la provincia di Capo Delgado (tra questi a Mocimboa di Praia e Pemba), causando oltre duemila morti e lo sfollamento di circa 700.000 persone. In termini operativi, il modus operandi del gruppo ha visto la targhettizzazione sia di installazioni governative (avamposti amministrativi, basi dell’esercito e polizia) sia di obiettivi civili (villaggi, imprese locali). Tuttavia, questa tendenza ha subito una variazione nel recente attacco a Palma, dove sono emersi elementi di novità rappresentati dalla capacità di Ansa al-Sunna di infliggere un attacco su larga scala e ben coordinato in territorio urbano, contro obbiettivi di rilevanza economica primaria (lavoratori e centri logistici del settore gasiero). Tale aspetto suggerisce il potenziale aumento di risorse economiche (finanziamenti) e umane (numero di combattenti) di Ansa al-Sunna e porta ad una nuova fase lo scontro tra l’esercito di Maputo e gli insorti. Inoltre, l’offensiva contro i centri nevralgici della nascente industria idrocarburica mozambicana costituisce un segnale circa l’innalzamento del livello di ambizione di Ansar al-Sunna e della pericolosità che l’insorgenza jihadista rappresenta tanto per lo sviluppo nazionale quanto per gli interessi dei Paesi stranieri impegnati nei diversi progetti di sfruttamento e commercializzazione del gas.

A tal proposito, il livello crescente degli attacchi e la degenerazione della crisi nel nord del Mozambico ha costretto il gigante francese dell’energia TOTAL ad interrompere le attività di estrazione e liquefazione del gas (impianto LNG da 20 miliardi di dollari nella penisola di Afungi). L’abbandono della TOTAL, da una parte rappresenta una vittoria dei jihadisti nello scontro con il governo centrale e dall’altra va a detrimento dello sviluppo economico del Mozambico, disincentivando nuovi investimenti stranieri nel Paese. Il Mozambico detiene 100 trilioni di piedi cubici (Tcf) di riserve accertate di gas naturale, che ne fanno il terzo detentore in Africa dopo Nigeria e Algeria. Gli ingenti investimenti esteri nel settore idrocarburico dovrebbero, secondo la politica economica del Mozambico, fare da volano alla trasformazione socioeconomica del Paese.

Inoltre, l’esperienza della TOTAL in Mozambico è un segnale di allarme anche per l’ENI che è attore di primo piano nel settore energetico del Paese. Infatti, il colosso italiano è coinvolto nel settore di esplorazione e produzione in Mozambico dal 2006 e ha all’attivo due progetti: il Coral South FLNG (piattaforma galleggiante per la liquefazione del gas naturale) e il Rovuma LNG. Il progetto Coral South FLNG, del valore di 7 miliardi di dollari, (dove ENI è leading partner detenendo il 25% di partecipazione complessiva), è stato avviato nel 2017 e punta alla realizzazione di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’export del gas con una capacità di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquido. Il progetto Rovuma GNL (ENI partecipa con il 40%) anch’esso nasce per la produzione, la liquefazione e la commercializzazione di gas naturale e viene prodotto da tre giacimenti del complesso Mamba situati nell’Area 4, nell’offshore del Bacino del Rovuma, che si trova al largo della costa settentrionale del Mozambico. La transizione energetica e il processo di decarbonizzazione passano, secondo la linea strategica di ENI, attraverso il “ponte” offerto dal gas naturale e questo rende gli investimenti in Mozambico altamente strategici.

In questo contesto, le Forze di Difesa e Sicurezza del Mozambico (supportate dalle compagnie militari private Wagner Group e Dyck Advisory Group) sono largamente incapaci di contrastare l’insurrezione jihadista, mancando di risorse economiche e militari adeguate. Tale fatto non ha però persuaso il Mozambico ad accettare un intervento militare multilaterale esterno, ma solo forniture, assistenza tecnica (addestramento delle proprie forze militari da Portogallo e USA) o supporto logistico. Le ragioni di tale rifiuto risiedono nel fatto che Maputo teme l’ingresso di contingenti stranieri aumenti il livello di conflittualità regionale, funga da magnete per l’approdo di miliziani dai Paesi vicini e scoraggi nuovi investimenti nel settore idrocarburico e minerario.

Nondimeno, la forza distruttiva dell’attacco a Palma ha destato grosse preoccupazioni tra gli Stati dell’Africa orientale, che temono una regionalizzazione del conflitto nel nord del Mozambico e la potenziale diffusione dell’estremismo islamista all’interno dei propri confini.

In questo contesto, l’8 aprile scorso i leader della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale (CSAM), organizzazione regionale che persegue la cooperazione e l’integrazione socio-economica, politica e di sicurezza tra i quindici Paesi dell’Africa australe, incluso il Mozambico, si sono riuniti a Maputo per discutere dell’insorgenza jihadista a Cabo Delgado. Al summit hanno partecipato i presidenti di Botswana, Malawi, Sudafrica e Zimbabwe e il presidente mozambicano Filipe Nyusi. L’incontro non ha prodotto cambiamenti concreti in vista di un possibile intervento militare sul territorio mozambicano, ma ha decretato il dispiegamento di una squadra di tecnici della CSAM nel nord del Paese, senza però specificarne gli obiettivi.

Ciò nonostante, il rischio che la guerra in Mozambico si allarghi a tutta la regione dell’Africa meridionale è molto alto per due motivi. In primo luogo, lo Stato Islamico (IS) potrebbe utilizzare Cabo Delgado come base operativa per espandersi nelle provincie vicine e provare a creare un emirato de facto. In questo senso, il 15 ottobre 2020, sospetti militanti con base in Mozambico hanno attaccato la regione meridionale di Mtwara in Tanzania, distruggendo un impianto di lavorazione di anacardi e un avamposto della Forza di Difesa del Popolo della Tanzania (FDPT). Un secondo fattore che potrebbe favorire la regionalizzazione del conflitto in Mozambico è la presenza di molti foreign fighters, molti dei quali di origine tanzaniana. Tali combattenti potrebbero utilizzare il fronte mozambicano per acquisire know how tecnico da impiegare in patria, una volta trasformati in returnees.

In tal senso, la complessità del conflitto nel Mozambico settentrionale richiede una soluzione che adoperi un approccio multilivello nel contenimento della minaccia jihadista e nella promozione di un processo di peacebuilding a lungo termine.

Il primo livello è quello locale, dove innanzitutto vi è la necessità di creare un legame di fiducia tra la popolazione autoctona e il governo centrale. Fonti locali e internazionali hanno riportato vari casi di abusi dell’esercito mozambicano e degli appaltatori privati. Riconoscere la responsabilità di tali abusi nei confronti della popolazione nella provincia settentrionale del Mozambico potrebbe favorire il supporto verso Maputo, rallentando il processo di reclutamento di Ansa al-Sunna che, tra i suoi strumenti, fa leva sul malcontento e la disaffezione popolare nei confronti del governo.

Ancor più, le forze di sicurezza mozambicane necessitano di un totale rinnovamento e non del supporto occasionale di forze straniere o compagnie militari private. Il governo mozambicano dovrebbe cercare partner stranieri per sviluppare l’addestramento nella contro-insurrezione.

Infine, il governo dovrebbe attuare significative riforme socioeconomiche volte a migliorare la qualità della vita nelle province settentrionali di Cabo Delgado, Niassa e Nampula. L’Agenzia di Sviluppo Integrato del Nord istituita ad agosto volge in tal senso. L’ampio portafoglio di questa agenzia include la fornitura di assistenza umanitaria e programmi di occupazione in queste province, che, se implementati con successo, servirebbero a fornire un’alternativa alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Il secondo livello è quello regionale e internazionale che vede come attore principale il CSAM. Le azioni del CSAM per instaurare una stabilità duratura nella regione dovrebbe includere il ristabilimento dello stato di diritto, il buon governo e il rispetto dei diritti umani, insieme a un’efficace sorveglianza dei confini. In questo, la regione avrà bisogno dell’aiuto della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Africana (UA), dell’Unione Europea e delle nazioni Unite. L’Italia potrebbe giocare un ruolo chiave attraverso l’assistenza umanitaria e logistica nella regione settentrionale del Mozambico. Migliorare le condizioni socioeconomiche (riduzione della povertà) nella regione potrebbe favorire a mitigare l’inasprimento del malcontento locale e in questo senso alienare la retorica antioccidentale di Ansa-al Sunna.

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