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LA NUOVA POLITICA ESTERA GIAPPONESE IMPENSIERISCE DAVVERO LA CASA BIANCA?
di Daniel Arbib Tiberi

LA NUOVA POLITICA ESTERA GIAPPONESE IMPENSIERISCE DAVVERO LA CASA BIANCA?
di Daniel Arbib Tiberi
Le elezioni di fine agosto in Giappone hanno consegnato la maggioranza assoluta della Camera Bassa (Shügi-in) al Democratic Party of Japan (DPJ), spedendo all’opposizione il Liberal Democratic Party (LPd) dopo mezzo secolo di dominio quasi incontrastato.
Sarà adesso interessante capire quale implicazioni potrà avere questo cambio di governo a Tokyo sotto il profilo della politica estera e di sicurezza. La questione principale sulla quale si aprono i maggiori interrogativi sono le relazioni con gli Stati Uniti.
Come noto, in base all’ “accordo di Mutua Cooperazione e Sicurezza” firmato nel gennaio del 1960, il Giappone e gli Stati Uniti si obbligano reciprocamente ad assistersi in caso di attacco. Il trattato, inoltre, definisce lo status delle forze americane stanziate nel Paese del Sol Levante e obbliga Tokyo a consultare Washington prima di condurre una qualsiasi attività nelle aree destinate alle basi americane garantendo ai militari statunitensi l’immunità dalla legge giapponese.
Il trattato del 1960, insieme a quello sull’assistenza militare americana al Giappone del 1954, ha permesso agli USA di mantenere nel Paese circa 33.000 soldati e numerose basi aeree e navali (tra cui quella, importantissima, di Okinawa). Il trattato è tuttavia stato percepito come un’imposizione a larghi strati della popolazione giapponese ed ha suscitato enormi polemiche soprattutto in occasione di azioni riprovevoli che hanno visto protagonisti alcuni marines americani (tra cui lo stupro di una bambina di 12 anni ad Okinawa nel 1995).
Durante la campagna elettorale, il DPJ ha espresso l’intenzione di modificare i rapporti con la Casa Bianca per ottenere una relazione “paritaria”. In questo senso Yukio Hatoyama, leader del DPJ, ha pubblicamente dichiarato di voler mettere fine al sostegno logistico offerto dalla Marina giapponese alla NATO (nell’Oceano Indiano per supporto delle operazioni nel teatro afghano), di voler ridurre il numero dei militari americani presenti nel Paese e di voler approfondire la politica di vicinato con Stati chiave della regione asiatica.
Al di là dei programmi dei vari partiti giapponesi, spesso mossi da considerazioni elettorali, l’amministrazione Obama non sembra però molto preoccupata del nuovo corso della politica estera giapponese. Per quanto riguarda l’aspetto militare, il Giappone, secondo una legge del 2001, può inviare i suoi soldati all’estero solo per missioni di supporto logistico. I militari nipponici non hanno quindi grande esperienza di guerra e il loro contributo non può quindi essere determinante. Ragione per cui la Casa Bianca sembra orientata a chiedere a Tokyo solo degli esperti civili (ingegneri, agronomi o economisti) che aiutino l’Afghanistan nel processo di ricostruzione.
Per quanto concerne i rapporti con i vicini asiatici, si intendono la Cina e la Corea del Nord. Nel caso di Pechino, vanno ricordati i difficili rapporti tra i due Paesi durante gli anni della Presidenza di Junichiro Koizumi. Koizumi tra il 2001 e il 2006 ha fatto sei visite al Yasukuni Shrine, mausoleo che ricorda i caduti giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale, provocando la risentita reazione di Pechino. IL DPJ si propone di costruire un nuovo mausoleo, meno controverso e di aprire un dibattito sui risarcimenti alle vittime dell’occupazione giapponese. Anche in questo caso, pensare che un avvicinamento Cina-Giappone possa davvero impensierire gli Stati Uniti sembra eccessivo. La Cina è attualmente molto legata agli Stati Uniti non solo politicamente, ma soprattutto economicamente. Un avvicinamento sino-giapponese, non potendo certamente prescindere dal favore degli Stati Uniti, non farebbe che rafforzare la posizione americana nella regione e favorire il progetto di maggiore multilateralismo che Obama sta perseguendo (ambedue le economie asiatiche hanno il loro maggior mercato proprio negli Usa).
Anche per quanto riguarda la Corea del Nord, i contrasti con il DPJ sembrano solo di facciata. Sebbene infatti il DPJ si sia “impegnato” a denunciare alcuni documenti segreti che riguarderebbero la cooperazione nucleare tra Giappone e Stati Uniti, l’intenzione di Yukio Hatoyama di favorire una maggiore presenza del Giappone nei “Six Party Talks” (ovvero il tavolo diplomatico avviato nel 2003 per risolvere il nodo del nucleare nordcoreano che include Stati Uniti, Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Federazione Russa e Cina) non appare in contrasto con le aspirazioni americane. Washington, molto impegnata in questo momento sul fronte afghano e iracheno, vede con favore il rilancio dell’attività diplomatica in direzione della Corea del Nord e non sembra orientata ad agire militarmente contro Pyongyang.
In conclusione, quindi, gli Stati Uniti, non sembrano per il momento ecccessivamente preoccupati per il cambiamento politico in atto a Tokyo ritenendo che il DPJ manterrà un rapporto di stretta cooperazione con loro. Per quanto riguarda la questione attinente al ruolo regionale del Giappone, la Casa Bianca non pare voler ostacolare una maggiore “autonomia” del Giappone, a patto che questa autonomia comporti una più ampia assunzione di responsabilità da parte dell’alleato asiatico per la stabilità dell’area.

