Stati Uniti - Geopolitica
Il Cile svolta a destra
di Paolo della Sala

Nel dicembre del 1989 non cadde soltanto il Muro di Berlino: in Cile si svolsero le prime elezioni libere, dopo 17 anni di dittatura. Vinse il centrosinistra della Concertaciòn por la democracia, divisa tra democristiani e socialisti. Da allora il centrosinistra ha governato ininterrottamente, fino al ballottaggio presidenziale del gennaio 2010, che ha assegnato la vittoria all’imprenditore Sebastián Piñera –detto “Chato”-, col 52% dei voti. Piñera guida la Coalizione per il cambiamento ed entrerà in carica il prossimo marzo, nel frattempo il ritorno al potere della Unione democratica indipendente (Udi), di matrice pinochetiana, crea apprensioni. Tuttavia tutti gli analisti sostengono che la Coalizione vincente può contare sui liberali di Rinnovamento nazionale, vicini a Piñera, che non hanno nulla a che spartire col vecchio regime. Dove va il Cile, la nazione più stabile e ricca dell’America latina?
Qualcuno ha scritto che Piñera è “un Chavez di destra”. In effetti tra le sue prime indicazioni vi è stata la conferma di José Miguel Insulza alla guida dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Insulza è stato ministro degli interni per il centrosinistra e la sua conferma causa dissensi a destra, temperati da una dichiarazione del presidente, che sostiene di voler contrastare Castro e Chavez “senza interferire negli affari interni di altre nazioni”. Tuttavia, Piñera è proprietario della compagnia aerea Lan airlines e della tv Chilevision e può vantare aperture sui diritti civili anche maggiori di quelle dimostrate dal centrosinistra. E’ un sostenitore del libero mercato, insomma, nel solco di una tradizione bipartisan consolidata da anni e che in Cile ha prodotto buoni risultati. Piñera ha studiato economia ad Harvard ed è lontano dal protezionismo peronista. Nel 1988, nel referendum, votò contro Pinochet.
A differenza dell’Argentina, settima potenza economica mondiale a inizio ‘900, mentre oggi la sua economia è inferiore a quella di San Paolo del Brasile, il Cile si è saputo emancipare da una visione di capitalismo di stato, secondo cui le imprese vanno sostenute con le leggi, le sovvenzioni, gli appalti e le consorterie politiche ed ha vissuto senza grandi problemi e scossoni lo sviluppo.
Dal 1990 a oggi, inoltre, la Concertaciòn ha riportato il Cile nel solco di una politica estera pragmatica, aperta a Europa, Cina e USA, al contrario di altri paesi dell’America Latina, spaccati tra filoamericanismo e antiamericanismo. “L’economia cilena è la più vivace del continente -scrive Parag Khanna ne I tre imperi- …tra autostrade e i floridi vigneti che circondano il grande porto di Valparaiso. Santiago è il secondo hub economico sudamericano dopo San Paolo, mentre il Cile ha gli stessi accessi web del Messico con un sesto della popolazione”.
La destra nostalgica sostiene che i successi economici siano un retaggio dovuto a Pinochet, ma in realtà il Cile era già ricco prima della dittatura. In vent’anni i salari sono raddoppiati, la povertà è scesa sotto il 15% e dalla miniera di Escondida si estrae l’8% del rame mondiale. Il Cile è pragmatico e non ideologico, è questo il suo atout.
La Bachelet tuttavia ha governato la crisi tra alti e bassi. Nel maggio-luglio 2009 la disoccupazione è salita al 10,8%, secondo il quotidiano El Mercurio. Successivamente in molte regioni il tasso si è dimezzato, grazie al boom degli investimenti privati.
Felipe Kast, ministro per lo Sviluppo di Piñera, si dichiara “profondamente liberale”. Figlio di un conservatore, ha 32 anni ed è laureato anche lui ad Harvard. E’ consulente della World Bank e del Poverty Action Lab del Mit di Boston: rispetto alla vecchia Europa siamo su un altro pianeta, per studi ed età.
L’analista Sergio Micco spiega la vittoria di Piñera con l’astensione di 250.000 elettori, delusi dalla Concertaciòn, mentre la Coalizione di centrodestra ha saputo mixare lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” dell’Udi col liberalismo laico di Rinnovamento nazionale.
I problemi per il nuovo governo arriveranno dal settore scolastico, come è stato per la Bachelet, che ha dovuto confrontarsi con tante proteste di piazza a causa della riforma dell’Istruzione avviata nel 2006.

