Ce.S.I. Centro Studi Internazionali

Africa - Geopolitica

Il colpo di Stato in Niger: un’analisi

di Ilaria Ierep

Il colpo di Stato in Niger: un’analisi

Sembra essere tornata la calma a Niamey, capitale del Niger, dopo il colpo di Stato militare che il 18 febbraio ha defenestrato il Presidente Mamadou Tandja al termine di un Consiglio dei Ministri. L’annuncio della sospensione della Costituzione è stato dato via radio e televisione dal Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia (CSDR), la giunta militare che ha preso il potere. Trascorse le prime concitate ore di confusione, i militari golpisti hanno tolto il coprifuoco e riaperto le frontiere nel complesso tentativo di ristabilire l’ordine nel Paese. Dopo la cattura del Presidente, è stato nominato alla guida dello Stato il Generale Salou Djibo. La stessa giunta ha precisato che Djibo coordinerà un gruppo di governatori e autorità regionali che guideranno il Paese fino a nuove elezioni e alla formazione di un nuovo esecutivo.
Negli ultimi mesi, il Niger ha vissuto un’escalation della tensione politica. Eletto nel 1999, Mamadou Tandja, 71 anni, era accusato di derive autoritarie dall’opposizione e dalla Comunità Internazionale per aver prolungato il suo mandato, ufficialmente per domare la rivolta dei tuareg che chiedono una partecipazione ai proventi delle miniere di uranio nei loro territori. Il secondo mandato quinquennale di Tandja scadeva lo scorso dicembre. Con un controverso referendum, tenutosi il 4 agosto del 2009, la popolazione nigerina aveva votato una nuova Costituzione che permetteva così al Presidente Tandja di restare al potere per un terzo mandato, fino al 2012. Secondo i dati ufficiali, il plebiscito aveva registrato il 92,5% di voti favorevoli, nonostante gli appelli al boicottaggio da parte dell’opposizione, per la quale la convocazione del referendum stava violando la Costituzione. Alla consultazione si era opposta anche la Corte Costituzionale, che l’aveva giudicata illegittima. A queste prese di posizione, il Presidente aveva reagito prima sciogliendo il Parlamento, il 26 maggio, attribuendosi poteri straordinari e, subito dopo, sciogliendo la stessa Corte Costituzionale. Inoltre, il 10 luglio, Tandja aveva emanato un’ordinanza che permetteva di sanzionare “senza alcun tipo di preavviso” i media che avessero pubblicato o diffuso informazioni idonee a compromettere la sicurezza dello Stato o l’ordine pubblico.
Gli avvenimenti appena verificatisi in Niger rientrano in una tradizione che ha visto succedersi diversi colpi di Stato nel Paese. I dissensi all’interno dell’esercito erano manifesti, anche se non si era capito quanto fossero estesi.
Tuttavia, con questo colpo di Stato, il quadro del Niger si è ulteriormente complicato poiché il contesto di instabilità politica va ad aggiungersi a una situazione economica altrettanto difficile. Il Paese africano è il terzo produttore mondiale di uranio nonché fornitore di altri minerali. Nonostante la precarietà politica e le sporadiche ribellioni dei Tuareg, negli anni il Niger è riuscito ad attirare miliardi di dollari in investimenti di grandi compagnie internazionali. Tra le società che hanno investito nel Paese centrafricano, le principali sono la francese Areva e la canadese Cameco. In particolare, sullo sfondo della crisi pare che un ruolo non trascurabile l’abbia avuto proprio il controllo di Imouraren, il giacimento d’uranio più grande d’Africa, situato nel Niger settentrionale, che dovrebbe entrare in funzione tra due anni e la cui concessione è stata acquisita nel 2009 dalla società francese Areva, che ha investito nell’opera 1,2 miliardi di euro. In cambio, pare si sia chiuso un occhio di fronte alla repressione dei ribelli tuareg e al colpo di mano costituzionale di Tandja. Non va dimenticato che, infatti, la maggioranza delle centrali nucleari francesi sono alimentate con l’uranio del Niger. Le immense risorse del Paese, quindi, avrebbero costituito la moneta di scambio per arricchire Tandja e il suo entourage.  
Questo spiega come la vasta disponibilità di risorse non abbia evitato che, soprattutto nel corso degli ultimi quattro anni, gli indicatori economici del Paese africano segnassero una forte flessione negli scambi commerciali. Tutto a discapito della reale situazione socio-economica in cui versa il Paese. L’industria occupa solo il 6% della forza lavoro, anche se genera il 17% della ricchezza nazionale, ed i servizi un 4%, ma a fronte del 44% di contributo al PIL. Il 90% della popolazione vive quindi di agricoltura, prevalentemente allevamento e pastorizia. Il problema è che solamente il 3,5% delle aridissime terre del Niger è coltivabile. 
Da parte della Comunità Internazionale è stata unanime, ma poco incisiva, la risposta nel condannare i fatti di Niamey, in attesa di osservare un reale sviluppo dei fatti. Il principale partner nello sviluppo del Paese, l’Unione Europea, ha confermato la sospensione dei suoi aiuti – ossia più di 600 milioni di dollari in sostegno annuale al bilancio del Paese e in aiuti allo sviluppo – seguita in questo dagli Stati Uniti, i quali avevano già fatto sapere di non poter continuare a sostenere il Niger alla luce del plebiscito del 4 agosto scorso, congelando così circa 50 milioni di dollari. Per Washington, quel referendum ha rappresentato un’indebita presa di potere da parte del Presidente Tandja. Sulla stessa linea si è schierata la Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che nell’ottobre 2009 aveva deciso di sospendere le attività del Niger e di imporre sanzioni al Paese, dopo che Tandja aveva ignorato gli appelli a rimandare il voto per eleggere il nuovo Parlamento, in attesa di una soluzione della crisi costituzionale. Anche la Commissione dell’Unione Africana ha condannato il colpo di Stato dei giorni scorsi auspicando un rapido ritorno all’ordine costituzionale.
Intanto, le dinamiche interne dello Stato proseguono sulla scia degli eventi. Due giorni dopo il colpo di Stato, rispondendo a un appello lanciato dal Coordinamento delle Forze Democratiche per la Repubblica (CFDR), la coalizione dell’opposizione, almeno diecimila persone hanno manifestato l’appoggio alla giunta militare che ha preso il potere in Niger. La coalizione rappresenta non solo i partiti all’opposizione, ma anche le ONG in difesa dei diritti umani e i sindacati del Paese. Dal canto suo, la giunta ha sospeso la Costituzione adottata nell’agosto scorso e ha annunciato l’istituzione di un “consiglio consultivo” per la democratizzazione del Paese, promettendo la convocazione di elezioni non appena il Paese sarà stabilizzato.
Il colpo di Stato in Niger sta immettendo un ulteriore fattore di instabilità nello scenario africano. Nell’ottica dei suoi autori, il golpe dovrebbe costituire un importante e necessario passo verso la restaurazione della democrazia. Tuttavia, a pochi giorni di distanza, non si può avere la certezza se il reale esito della crisi sia quello democratico. Soprattutto in tempi brevi. Grande peso giocherà senza dubbio la pressione che Unione Africana, ECOWAS e in generale la Comunità Internazionale sapranno esercitare sulla definizione di una data certa per nuove elezioni.