Europa - Geopolitica
L’“eterna” transizione bosniaca
di Alessandra Poggi

Quasi quindici anni fa Slobodan Milošević, Alija Izetbegović e Franjo Tudjman siglarono gli Accordi di Pace di Dayton (o General Framework Agreement for Peace) che avrebbero messo fine al conflitto in Bosnia Erzegovina. Nello specifico, con l’Annesso 4 degli Accordi venne elaborata una Carta costituzionale di emergenza da porre alla base dell’architettura istituzionale del nuovo Stato bosniaco.
In questi anni il Paese è riuscito a sopravvivere principalmente grazie ai considerevoli aiuti economico-politici della Comunità Internazionale e attualmente la Bosnia Erzegovina è pericolosamente divisa tra i capricci di una classe politica troppo rissosa e una presenza internazionale sempre molto generosa ma meno orientata ad un organico progetto di nation building. Il Paese sembra essere perennemente impantanato in una profonda e drammatica fase di transizione che contagia tutti gli aspetti della vita civile e sociale e che sembra peggiorare col passare del tempo.
Come tutti quelli che lo hanno preceduto, il 2009 avrebbe dovuto essere l’annus mirabilis della Bosnia Erzegovina. Ciò nonostante, non solo non lo è stato, ma si è concluso con una gravissima crisi politica che si è prodotta in una serie impressionante di fallimenti istituzionali.
Primo tra tutti il naufragio dei colloqui politici Dayton 2 o Butmir Talks, dal nome della base militare internazionale di Camp Butmir che li ha ospitati, patrocinati dal Sottosegretario americano agli esteri James B. Steinberg e dal Ministro degli Affari Esteri svedese Carl Bildt. Nello specifico, i colloqui erano tesi a creare una base comune di partenza per la modifica di una Carta costituzionale che sempre di più si sta dimostrando inadeguata nella prospettiva di un futuro ingresso del Paesi nella NATO e nell’Unione Europea. Il tentativo si è rivelato inutile poiché i politici locali non si sono dimostrati disponibili al dialogo e una volta ancora Sarajevo ha perduto l’occasione di rendersi credibile agli occhi di Bruxelles.
Il fallimento dei Butmir Talks ha aggravato una situazione istituzionale già resa precaria dall’esclusione della Bosnia dal regime di liberalizzazione dei visti per l’ingresso nell’Unione Europea e dal rifiuto dell’Alleanza Atlantica di includere il Paese nel Membership Action Plan della NATO. Quasi contemporaneamente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato la missione militare EUFOR Althea di un altro anno e la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante è stata rinviata a data da destinarsi per l’ennesima volta. Da ultimo, la recente acquisizione di un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il biennio 2010-2012 non ha fornito al Paese quella spinta di credibilità di cui avrebbe avuto bisogno sul piano internazionale.
Eppure, la Bosnia attuale è estremamente più stabile di quella del 1995. In effetti, negli anni, i progressi si sono rivelati molteplici e significativi, seppur perennemente minati da una serie di problematiche che stanno mettendo in serio repentaglio il lentissimo e precario cammino del Paese verso la comunità euro-atlantica. La ratifica dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione Europea e la cattura di Radovan Karadžić nel 2008 avevano fatto pensare che finalmente il Paese avesse imboccato la giusta strada verso la concreta stabilizzazione.
Tuttavia, gli sforzi fatti nel 2008 non solo non hanno affatto dato alla Bosnia Erzegovina quell’impulso al rinnovamento che la Comunità Internazionale si sarebbe aspettata, ma sembrano averla bloccata in un’indeterminatezza persistente dalla quale non riesce ad uscire.
Specchio dell’aura di pessimismo che attanaglia ancora il Paese potrebbero rivelarsi le elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo ottobre 2010 da cui molti si aspettano risulteranno vincitori, come sempre, i partiti nazionalisti delle tre principali etnie che coabitano in Bosnia. È, infatti, quasi scontato che l’Unione dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), il Partito d’Azione Democratica (SDA) e l’Unione Democratica Croata (HDZ) si contenderanno e spartiranno nuovamente il consenso producendo un quadro politico che nuovamente rifletterà quasi alla perfezione le appartenenze etnico-territoriali degli elettori.
Questo risultato potrebbe essere ulteriormente accentuato dal favore che la Serbia sta cominciando riscuotere in ambito europeo. L’annunciato sblocco dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, l’abolizione del regime dei visti e la ratifica di un accordo per creare una zona di libero scambio serbo-europea sono solo alcuni dei risultati che l’Amministrazione Tadic ha trionfalmente collezionato ultimamente.
Da parte sua Belgrado si sta dimostrando estremamente disponibile a collaborare per consegnare alla giustizia i criminali dell’ultima guerra. Ad una più attenta analisi sembrerebbe che la Serbia stia intraprendendo una corsa contro il tempo per scrollarsi di dosso i fantasmi del passato e arrivare il più in fretta possibile al prossimo appuntamento europeo.
In questo contesto, è evidente come l’attuale status quo bosniaco debba essere superato al più presto perché risulta impensabile che la Bosnia Erzegovina possa continuare a sopravvivere a lungo nel limbo istituzionale nel quale si è trascinata fino ad oggi. In più, l’attuale situazione sta avendo delle profonde ripercussioni sulla popolazione del Paese. Il perdurare dell’assistenzialismo internazionale e del protagonismo dei politici locali potrebbe indurre i bosniaci a guardare all’Unione Europea come ad un semplice distributore automatico di visti di lavoro. Ma in tal modo la Bosnia Erzegovina rimarrebbe una sacca isolata di sottosviluppo e un buco nero che minerebbe seriamente la stabilità regionale e europea.

