Tra energia e terrorismo. Insidie per il futuro dell’Algeria

A due mesi da In Amenas rischi e prospettive per il futuro dell'Algeria. Intervista a Gianmarco Volpe, analista del Ce.S.I.

 

Sono già trascorsi due mesi da quando un commando armato irruppe nel sito petrolifero di Tigantourine vicino In Amenas, paese a 30 km dal confine che separa l’Algeria dalla Libia. Circa 800 lavoratori di varia nazionalità vennero presi in ostaggio da miliziani al seguito di Mokhtar Belmokhtar, ex combattente qaedista ora capo delle brigate “al-Muwaqqi’un bil-Dima”. L'azione era una rappresaglia contro l’intervento francese in Mali e l’appoggio fornito alle operazioni dall’Algeria. L’assalto del Gruppo Speciale d’Intervento algerino riuscì – con un alto costo di vite umane – a liberare il sito, ma la produzione di In Amenas procede ancora a ritmi ridotti (ad aprile il sito dovrebbe tornare a produrre ai suoi ritmi).

 

La crisi di In Amenas ha messo a nudo la forte dipendenza dell'Europa – l'Italia in particolar modo – dalle sorti dell’Algeria. All’indomani dell’attacco terroristico, si registrò una contrazione dell’esportazione energetica dall’Algeria all’Italia del 17%. Nonostante la rapida ripresa dei ritmi dell'export, è rimasta la preoccupazione nei confronti di un possibile ripetersi di tali eventi. L’attacco terroristico di In Amenas ha rivelato le difficoltà dell’Europa che deve far di tutto per mantenere inalterati i delicati equilibri del mercato energetico.

 

“L’emergenza sicurezza non è un problema solo algerino [...] ma dell’intera regione del Nord Africa post-Primavere arabe”, afferma Gianmarco Volpe, responsabile del desk Nord Africa e Medio Oriente del Ce.S.I. di Roma: “Gruppi di provenienza algerina come al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e il MUJAO hanno saputo approfittare del caos istituzionale, dello scarso controllo dei confini e del sorgere di nuovi conflitti per muoversi con inedita libertà, rimpinguare le proprie scorte di armi, allestire nuovi campi d’addestramento”. In Amenas rappresenta “il più limpido esempio di come l’Algeria, pur avendola ‘scampata’ con qualche cosmetica riforma e con l’abolizione dell’ultra-decennale legge d’emergenza, sia finita ugualmente vittima della Primavera araba”.

 

I gruppi terroristici hanno compreso che per destabilizzare l’Europa non era necessario oltrepassare il Mar Mediterraneo: il 60% dell’Energia prodotta in Algeria è destinata al continente europeo. Algeri possiede le decime riserve di idrocarburi di tutto il mondo e le seconde dell’Africa intera. Davanti alla Russia, l’Algeria è il primo fornitore di metano dell’Italia, utile a  soddisfare un quarto del suo fabbisogno energetico attraverso le importazioni da Algeri. Nel 2012 venti miliardi di metri cubi di gas utilizzato in Italia proveniva dai gasdotti algerini. Inoltre, il 17% della produzione dell’Eni è radicata in territorio algerino.

 

Gli elevati numeri della produzione energetica algerina rispecchiano la centralità che il settore degli idrocarburi e quello petrolifero hanno per l’economia nazionale. Dati raccolti nel 2010 rivelano che il 98% dell’export, il 60% delle entrate totali e il 36% del Prodotto Interno Lordo dell'Algeria poggiano sul settore energetico nazionale. Secondo l’ 'Oil and Gas Journal', un anno fa l’Algeria aveva ancora a propria disposizione 12mila miliardi di barili di petrolio, le terze riserve di tutta l’Africa dopo Libia e Nigeria.

 

Una destabilizzazione del territorio algerino potrebbe avere quindi ripercussioni durissime sia per l’Algeria che per il mondo intero. Tale consapevolezza ha spinto il governo di Algeri ad accrescere gli sforzi per impedire un collasso della sicurezza interna. “Negli ultimi tempi il Paese ha compiuto grossi passi in avanti nella lotta al terrorismo di matrice islamica” sostiene l’analista del Ce.S.I. Volpe. “AQIM è stata fortemente indebolita nella sua base logistica, nella regione della Cabilia, a Nord; ma, al contempo, sono diventate decisamente più pericolose le sue ramificazioni nella zona meridionale del Paese, quei gruppi di miliziani che hanno tratto grossi benefici dalla labilità dei confini desertici e dagli stretti rapporti con le popolazioni del Sahel”. Lo sforzo dell’Algeria per mettere in sicurezza il territorio deve però passare da una maggiore collaborazione con gli Stati vicini: “la crisi di sicurezza è un problema condiviso. Pertanto, anche la soluzione deve essere condivisa. A partire dal punto più dolente: il controllo delle frontiere”.

 

La minaccia terroristica non è l’unico problema dell’Algeria e del suo settore energetico. I recenti report riguardanti la sostenibilità dello sviluppo energetico del Paese hanno sollevato nuove incognite: Youcef Yousfi, Ministro algerino per l’Energia e il Settore minerario ha spiegato che entro il 2030 le riserve di petrolio e idrocarburi algerine non saranno più in grado di sostenere la richiesta interna ed estera. Tale problema sta spingendo Algeri a cercare vie alternative per sostenere tale livello di produzione. La soluzione è stata trovata nell’estrazione di idrocarburi non convenzionali: le prime esplorazioni hanno individuato riserve da oltre 17mila miliardi di metri cubi di shale gas in territorio algerino. Qualora sfruttata, tale quantità di gas potrebbe garantire un abbassamento dei prezzi degli idrocarburi e la piena sostenibilità del fabbisogno energetico del Paese.

 

Il governo algerino non ha temporeggiato: il 21 gennaio il Parlamento ha approvato all’unanimità l’aggiunta di 10 nuovi articoli e un totale di 58 emendamenti all’attuale Legge nazionale sugli idrocarburi del 2005, garantendo incentivi e agevolazioni agli investitori esteri intenzionati ad avviare attività di esplorazione e di trivellazione in territorio algerino. La Sonatrach, compagnia nazionale attiva nell’esplorazione, nella produzione, nella commercializzazione e nel trasporto di idrocarburi e petrolio, ha affermato di aver avviato un programma che nel quinquennio 2012-2016 vedrà l’investimento di 80 miliardi di dollari nello sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali.

 

L’economia algerina dipende fortemente dalla sicurezza dei propri siti energetici: i proventi garantiti dall’alta disponibilità di petrolio e metano hanno permesso al governo di Algeri di intraprendere ambiziosi programmi di spesa pubblica e di costruire un ingombrante sistema di welfare. L’alto livello di spesa ha permesso di dar vita a programmi per la “realizzazione e l’ammodernamento dell infrastrutture di base e degli alloggi popolari”, mantenendo regimi fiscali favorevoli per i propri cittadini.

 

Nonostante il buono stato delle finanze, l’Algeria soffre di un alto tasso di disoccupazione diffuso soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione e di un livello di diseguaglianza regionale che ha generato sacche di malcontento. Inoltre, in virtù della ricchezza garantita dallo sfruttamento delle risorse naturali, l’Algeria non ha saputo dare la spinta necessaria alla sua industria nazionale che soffre della mancanza di conoscenze tecniche, tecnologie adeguate e dell’assenza di esperti. La scarsa diversificazione ha reso il settore privato e l’industria algerina incapaci di assorbire la crescente offerta di forza-lavoro, aumentando via via la sua dipendenza da incentivi e agevolazioni forniti dal governo.

 

“Il disagio economico e sociale avvertito da vasti strati della popolazione continua a non trovare un naturale sbocco nelle istituzioni algerine – afferma Volpe – causando un evidente rischio per la stabilità del Paese”. Le riforme effettuate nel periodo delle rivolte nel mondo arabo hanno permesso al Governo di porre un argine al malcontento, senza però risolvere i veri problemi. “Ciò, naturalmente, non risolve i problemi del Paese – conclude Volpe – ma bisognerà probabilmente attendere il 2014 per sapere in che modo essi saranno affrontati: quello sarà infatti il fatidico anno della transizione e della successione all’attuale Presidente Bouteflika, in carica dal 1999”.

 

http://www.lindro.it/politica/2013-03-13/74502-insidie-per-il-futuro-dellalgeria

Fonte: www.lindro.it